Luglio 2010: La crisi raccontata dai giovani
Altro Parere
22 Luglio 2010

di Giovanni Morelli
Il tempo che viviamo non è il peggiore...

EPPURE CI VIENE
LA VOGLIA DI FUGGIRE
Quelli che solo pochi anni fa venivano chiamati “generazione di fenomeni”, ora si sono trasformati in “generazione mille euro”. Da essere speranza per il futuro, sono diventati fastidiosi “bamboccioni”. I protagonisti, ovviamente, sono sempre loro: i giovani. Ma anche gli adulti che, attraverso indagini, studi, ricerche e statistiche continuano a sfornare epiteti, aggettivi ed appellativi riferiti alle giovani generazioni. Sorge spontanea una prima domanda: siamo proprio sicuri, che al di là del percorso di maturazione psico-fisica, stiamo parlando proprio di giovani? Infatti, a che età lo si diventa? Al semplice raggiungimento dei 18 anni? Al momento dell’uscita dalla scuola superiore (per chi la frequenta)?
E, ugualmente, fino a quando si è giovani? Fino al compimento dei 30 anni? Quando si va via di casa? (il ministro Brunetta aveva proposto di istituire per legge l’uscita di casa a 18 anni). Quando si trova un lavoro e si raggiunge l’indipendenza economica?
Insomma, quello dei giovani rimane, oggi più che mai, un pianeta tutto da scoprire. Fino a non molti anni fa, la giovinezza era il tempo dei sogni e delle utopie. Ora, gli uni e le altre sembrano scomparsi e a dominare la scena sono rimaste le situazioni di crisi, la flessibilità, la precarietà…
Viene da chiedersi, quindi, chi siano i giovani di oggi? Appesantiti da un vivere quotidiano carico di insidie, impossibilitati a guardare al di là dell’orizzonte presente, incapaci di immaginare e progettare il proprio futuro, i giovani del 2010 vivono come in uno stagno dove i movimenti possibili sono limitati, stando attenti a non affondare e, soprattutto, a schivare i sassi che qualcuno, per divertimento, potrebbe lanciare dalla terraferma.
Eppure il tempo che viviamo, almeno in Occidente, non è tra i peggiori della storia, di opportunità ce ne sarebbero per tutti. Ma mancano gli stimoli esterni, gli interventi politici, quando posti in essere, sono privi di lungimiranza, mancano di progettualità, lo sviluppo mira solo al soddisfacimento delle esigenze immediate.
Senza la pretesa di voler esimere i giovani stessi dalle loro responsabilità, non si può far finta di non notare la mancanza di adulti desiderosi e capaci di prendersi cura di loro.
E viene la voglia di fuggire. Lontano dal luogo in cui si è nati (dal Sud verso il Nord); lontano dai propri affetti familiari per evitare di continuare a dar conto di sconfitte e fallimenti; lontano, purtroppo sempre più spesso, anche da questa vita, troppo pesante per essere vissuta.
Gran parte degli adulti hanno abdicato al loro ruolo. I genitori, consapevoli di non poter assicurare loro un futuro roseo, mettono al mondo sempre meno figli. Li educano ai sani principi, al rispetto, alla solidarietà, al bene comune, ma quando si tratta di difendere i propri diritti, non esitano a fare barricate, pur sapendo che la rinuncia a qualcuno di questi potrebbe servire a dare una speranza in più per gli stessi loro figli.
La politica, e i politici, scrivono i programmi di governo, pensando, pianificando e attuando gli interventi come se il loro unico obiettivo fossero solo ed esclusivamente le elezioni successive, non invece il benessere della comunità e chi, quella comunità, la vivrà più a lungo.
La Chiesa, maestra in umanità, deve liberarsi di tante strutture e pesantezze, e tornare ad essere sempre più casa che accoglie, scuola di fraternità, luogo di condivisione.
Le associazioni e i movimenti ecclesiali devono continuare la loro meritoria opera di educazione alla responsabilità, di valorizzazione di talenti, e di formazione delle coscienze.
I giovani, da parte loro, devono riprendersi in mano le loro esistenze con coraggio e determinazione. Devono trasformare le loro illusioni in speranze, le aspettative in progetti di vita. Non serve piangersi addosso, aspettare un intervento dall’esterno, o rimpiangere tempi andati.
I giovani vorrebbero poter dire di essere contenti di abitare questa terra, queste città, questi quartieri.  
I giovani più di tante belle parole, hanno desiderio di ritornare a sognare. Magari addormentandosi la sera con il brano di Roberto Vecchioni “sogna ragazzo sogna” e risvegliandosi all’indomani raccontando, col sorriso, il sogno della notte: “ho visto un posto che mi piace, si chiama mondo”. Questo mondo.

Giovanni Morelli

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