Si è abituati a parlare di giovani coniugando i verbi tutti al futuro. Come se si parlasse di qualcuno che debba ancora venire e non piuttosto di qualcuno che, in divenire, è già presente.
È vero, non siamo una generazione senza voce, quanto piuttosto una generazione non ascoltata. E gli esempi possono essere molteplici.
Innanzitutto siamo assenti dai luoghi dove si prendono le decisioni che contano. Siamo l’oggetto passivo delle varie politiche “giovanili” e mai il soggetto proattivo. Ci si illude che tutto possa risolversi con dei palliativi, per poi vedere come, dai vari forum giovanili al ministero della gioventù… siam tutti senza portafoglio!
Si pone, giustamente l’accento sui famigerati 2 milioni di Neet (Not in Education, Employment or Training), ma si dimentica spesso che per il resto siamo la generazione che studia più a lungo, più poliglotta e girovaga, eppure paradossalmente non ci è data la possibilità di godere dei luoghi di cultura. Ha fatto scalpore che i custodi del Pantheon abbiano interrotto un concerto perché giunto l’orario di chiusura. Ci vogliamo render conto che sono sbagliati i tempi in cui questi luoghi sono aperti? Come possiamo andare al museo o in biblioteca al mattino o al primo pomeriggio, se in questi orari la priorità l’hanno le lezioni in università o il lavoro? Nel resto dell’Europa le biblioteche universitarie e i musei sono aperti sino a notte fonda, negli Usa sono aperte 24 ore su 24. Da noi basti vedere il gran successo che riscuotono le notti bianche.
E’ facile etichettare la società giovanile come teledipendente, discotecara o grandefratellesca… guarda caso sono le uniche cose di cui si riesce a fruire durante il tempo libero!
Più che di opposizione sociale, è questa la generazione dell’attivismo sociale. Basti pensare a quanti giovani si spendono nelle associazioni o nel terzo settore. Un attivismo che pone le fondamenta nel vedere i giovani non come lamentosi “bamboccioni”, ma come una risorsa che pensa e agisce. Bisognerà cominciare a capire che i giovani possono essere quel “quid plus” che ci può permettere di avere uffici, sportelli, musei, biblioteche aperte anche oltre il “normale” orario di lavoro, anche perché un’altra ingiustizia è quella di non poter godere a pieno dei servizi al cittadino. Dopo tutto c’è un tempo per gemere e un tempo per ballare! Emanuele Rosario de Carolis |