Settembre 2010:
10 Marzo 2009
Maurizio Serio
Ricercatore di Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università Telematica “Guglielmo Marconi”, Membro del Centro Studi “Tocqueville-Acton”
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Le grandi culture politiche in competizione
TANTI POPOLI...
QUANTE STELLE IN CIELO

Di fronte all’inesplicabilità dei sentimenti nella civiltà metropolitana occidentale, un grande scrittore minimalista ha intitolato una sua raccolta di racconti “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Anche noi, forzatamente minimalisti dopo la fine delle grandi narrazioni politiche della Modernità, e spiazzati dalla contraddittorietà di una “fine della storia” che sembra non arrivare mai, potremmo legittimamente chiederci “di cosa parliamo quando parliamo di democrazia”.

Con i grandi classici del pensiero politico siamo indotti a rispondere che la sovranità del popolo è l’attributo di distinzione di questa forma di governo sulle altre. Ma lo stesso concetto di popolo, a cagione della sua incerta declinazione, è a sua volta il nocciolo delle differenti culture politiche che si contendono la supremazia nell’arena democratica.
In altre parole, il cortocircuito fra forma (istituzioni) e sostanza (sovranità) della democrazia avviene ogni volta a un livello diverso, a seconda dell’idea di popolo incarnata dalle diverse tradizioni ideologiche (partiti). E non v’è motivo di pensare che questa antinomia possa venire superata una volta per tutte, risolvendosi piuttosto, come fa, in una dialettica che è il sale stesso del vissuto democratico e il suo immunogeno dal virus del perfettismo, ovvero del totalitarismo (dove vi sono un’unica istituzione: lo Stato, un unico detentore della sovranità: il Politico, un unico partito: la maggioranza).
Veniamo ai casi di specie: ad esempio, la matrice del conservatorismo di ogni latitudine è la considerazione che siano le élites a spingere il motore della storia, e che nel disciplinamento della loro circolazione e del loro ricambio risieda la ricetta per assicurare la stabilità del sistema da variabili esogene alla narrow politics come le masse o da assiologie indipendenti come quelle incarnate, ad esempio, dai particolarismi etnici o dalle fedi religiose.
In maniera quasi del tutto speculare, il progressismo, che sia radicale o meno, rinviene nel primato della tecnica sulla natura, e degli specialisti sugli umanisti, la chiave d’oro per aprire le porte di nuove ere e accedere a inesplorati traguardi. Per tale dottrina è la conoscenza (gnosis) a giustificare il potere e l’esercizio del potere a richiedere la conoscenza detenuta da un popolo di eletti (una classe di rivoluzionari, dottrinari, scienziati).  
Conservatorismo e progressismo, abbiamo dunque detto: l’uno sordo ai richiami della realtà effettuale, l’altro accecato dal sol dell’avvenire; entrambi luoghi distopici dello spirito umano corredati da un proprio popolo virtuale, ed entrambi tributari di una concezione della sovranità monocratica, in cui la politica alla lunga non concepisce nulla fuori di sé e pretende di conferire il senso alle formazioni naturali senza riconoscer loro una dignità preesistente – una sovranità, appunto.
Per quanto riguarda invece la cosiddetta area moderata, sarebbe ingenuo affermarne una assoluta alterità rispetto alle due macrotendenze qui sopra citate, venendo, com’è stata sempre, lambita e affascinata da entrambe le seduzioni. Sia detto però per inciso: se si volesse recuperare lo spazio di un riformismo possibile, potrebbe non risultare inutile affidarsi, tra le altre, a un’esperienza eccentrica quale quella del popolarismo non confessionale di marca sturziana, fallibilista e conscio della contingenza delle opzioni politiche.  In questo progetto prima di tutto culturale e ancora tutto da riscoprire, popolo, istituzioni e partiti potrebbero ricomporsi in un (dis)ordine consono al funzionamento libero e non ingessato della società politica. Quivi soccorre una felice interpretazione del costituzionalismo anglosassone, in cui l’alterità fra Stato e società civile, ad esempio, non è vissuta come una separazione o come un bellum omnium contra omnes, ma come una positività intrinseca della vita umana, da preservare perché direttamente discendente dalla libertà personale, massimo attributo della dignità – e dunque, ancora una volta, della sovranità – di un popolo.
Che dire infine del populismo, autentica “bestia nera” delle discipline politologiche per la vischiosità del concetto, oltre che spauracchio agitato da una pubblicistica sovente incapace di spiegare le reazioni all’ortodossia del politicamente corretto? Occorre comprendere come il populismo sia un fenomeno tangenziale ad ogni cultura politica, e che sia segno di disonestà intellettuale (quando non di mera sciocchezza) ridurlo entro i confini ora della destra, ora della sinistra, ora del centro. Piuttosto, ovunque attecchisca, esso induce ad assolutizzare il principio di sovranità popolare a scapito degli altri due elementi richiamati poc’anzi: le istituzioni e i partiti. Una volta delegittimati entrambi (spesso invero con la loro stessa collaborazione), il populista ha buon gioco a presentarsi come “autentico democratico”,  leader carismatico di un popolo che vuole rassomigliargli e lo mitizza; di fatto, esautorando il meccanismo della rappresentanza e il vincolo all’autorità costituita, egli si investe autoritativamente del ruolo di unica alternativa percorribile e dunque unica legittimata alla gestione del potere.
Insieme stile retorico e fattore di mobilitazione (aggressiva ma non violenta), questa patologia democratica ha, tra gli altri, il demerito di ridurre lo spazio politico a un agone di identità irriducibili, iterando stereotipi e paralizzando la sfera pubblica entro circuiti comunicativi chiusi e non più produttivi della necessaria regolazione sociale. Il risultato: popoli monadici e autoreferenziali, tanti quanti le stelle nel firmamento. Ma è un cielo buio, è la notte delle democrazia.

Maurizio Serio

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