“Chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte della città, e di conseguenza è una bestia o un dio”. Questa celebre affermazione contenuta nella Politica di Aristotele può essere considerata all’origine di quella lunga e feconda tradizione, vivamente presente nella cultura occidentale, che ha posto in primo piano la fondamentale e costitutiva sociabilità dell’essere umano.
Il cristianesimo, in particolare in virtù della sua concezione personalista dell’uomo, ha arricchito tale tradizione, soprattutto correggendone le distorsioni più gravi ed evidenti, quali l’individualismo e il collettivismo. Inoltre, il pensiero di ispirazione cristiana – e in questo contesto l’apporto di san Tommaso d’Aquino risulta davvero decisivo – ha costantemente indicato una serie di valori e di virtù capaci di cementare i rapporti sociali e le relazioni umane. Si tratta di valori e di virtù in grado di arrecare un contributo molto rilevante anche nel caso si debba ricostituire il tessuto sociale venutosi a lacerare per un qualsiasi motivo: sulla scorta di varie interessanti riflessioni svolte a questo riguardo da Francesco Russo, ne elencherò alcuni, ovviamente senza la pretesa dell’esaustività.
Vi è una tendenza che spinge l’uomo a considerare positivamente ciò che è alla sua origine e costituisce il suo fondamento; con un termine assai suggestivo e oggi di nuovo valorizzato, si possono indicare tali basi con il termine “radici” e fare opportunamente riferimento alle dimensioni della religiosità (Dio), della terra natale (patria) e dell’amore filiale (famiglia). Vi sono poi le virtù che invitano al rispetto dell’autorità e al riconoscimento del merito. Un ruolo significativo viene giocato dall’obbedienza, che si realizza nell’osservanza delle norme e genera sicurezza. Mediante la gratitudine, gli uomini instaurano fra loro relazioni che vanno al di là della dimensione meramente giuridica e rivestono un’importanza del tutto particolare. Assai rilevante è la potestà di amministrare la giustizia, che è lo sforzo di premiare il bene e di condannare il male. Una società necessita che i propri membri siano veraci e veritieri, ovvero respingano l’ipocrisia. E non v’è dubbio che un contributo molto significativo venga recato dall’amicizia, la quale permette ai componenti del tessuto sociale di intrattenere rapporti umanamente positivi e gratificanti. Da sempre la generosità viene riconosciuta come una componente essenziale del vivere in società: la tradizione di scambiarsi doni, diffusa in tutte le culture, rappresenta un’eloquente testimonianza di ciò.
Per chiarire ulteriormente la validità e la positività del ruolo e del significato delle virtù e delle tendenze che sono state poco sopra ricordate, è sufficiente segnalare, seppur in estrema sintesi, ciò che a esse si oppone: si vedrà che si tratta di alcuni dei difetti e degli ostacoli più gravi che non permettono al tessuto sociale di un popolo di essere resistente e capace di superare le avversità. Si pensi, per esempio, al razzismo e alla perdita delle radici, atteggiamenti per certi aspetti opposti ma ugualmente errati, che fanno sì che l’uomo smarrisca il senso della pietas. Si pensi, ancora, all’egualitarismo, all’anarchismo, all’ambizione smodata, all’insicurezza, alla misantropia, alla crudeltà, alla remissività, alla falsità, all’avarizia: è facile cogliere in ognuno di questi disvalori il carattere antitetico rispetto a quello delle virtù che abbiamo rammentato e che ci appaiono ancora più chiaramente essenziali per la costruzione dell’identità di un popolo.
Come sintesi di quanto siamo venuti dicendo si potrebbe indicare la convinzione espressa da sant’Agostino nel De civitate Dei, secondo la quale l’origine del male è l’amore di sé spinto sino al disprezzo di Dio, mentre la fonte del bene è l’amore di Dio spinto sino al disprezzo di sé: in essa troviamo riassunto l’intero percorso che ha come meta finale la creazione di un autentica identità popolare. Maurizio Schoepflin |