Gli italiani stanno reagendo alla crisi economica che ha investito il nostro Paese con comprensibile preoccupazione, incentrata perlopiù sull’occupazione e il rischio di perdita del posto di lavoro, ma anche con una sorprendente crescita dell’ottimismo rispetto a quanto riscontrato fino al 2007, quando la crisi era ancora lontana. L’indice mensile della fiducia dei consumatori rilevato dall’ISAE ha fatto registrare un aumento nei mesi di aprile, maggio e giugno 2009; le ricerche sulla pubblica opinione evidenziano un prevalente ottimismo relativamente alle prospettive personali e, al contrario, un netto pessimismo riguardo al futuro del paese.
Come si spiega questa contraddizione? Vi sono tre possibili interpretazioni: innanzitutto l’interiorizzazione della crisi. Da molto tempo nel nostro Paese si è continuato a ripetere che siamo in crisi, che la nostra economia soffre, che l’Italia vive una fase di declino, che il nostro potere d’acquisto è diminuito significativamente dopo l’adozione dell’Euro, che facciamo fatica ad arrivare alla fine del mese (la famosa sindrome della quarta settimana). Quando la crisi è arrivata davvero la maggior parte dei cittadini si era abituata, come se fosse “vaccinata”. In secondo luogo, assistiamo alla relativizzazione della crisi: in Italia finora fortunatamente non si sono verificati fallimenti di grandi istituzioni finanziarie o di importanti imprese, non abbiamo assistito alle scene viste in televisione di dipendenti che hanno perso il posto di lavoro, con le facce smarrite, costretti a lasciare l’azienda con i cartoni contenenti gli effetti personali in mano. Dopo averlo a lungo denigrato, gli italiani rivalutano il nostro sistema economico, costituito da piccole e medie imprese, che in questo periodo ha rappresentato una sorta di scudo protettivo contro la crisi.
In terzo luogo si osserva una straordinaria capacita di adattamento alla crisi: i consumatori ridefiniscono le priorità, eliminano gli sprechi, programmano gli acquisti spesso rinviando quelli più impegnativi. Nei negozi e nei supermercati si presta grande attenzione al prezzo dei prodotti, si privilegiano le promozioni e le offerte speciali, si riducono gli acquisti “di impulso”. Analizzando la distribuzione della popolazione italiana per classi di reddito l’Istat rileva che poco più di una famiglia su dieci vive al di sotto della soglia di povertà e un altro 10% si colloca in prossimità della soglia di povertà. Nonostante qualche colorita espressione giornalistica non possiamo certo parlare di miseria dilagante: la maggioranza assoluta degli italiani è lungi dal porsi il problema di come soddisfare i bisogni primari. Tutt’al più riduce i consumi “fuori casa”, limita i viaggi e le vacanze scegliendo mete più vicine per periodi più brevi, dirada le cene al ristorante, evita di rinnovare il guardaroba. Si accontenta.
Dopo gli anni degli eccessi, dell’edonismo, dell’ostentazione dei consumi siamo in presenza di stili di consumo più sobri? Siamo diventati più virtuosi? Sicuramente le rinunce che facciamo sono favorite dall’abitudine degli italiani al risparmio. A differenza di quanto avviene in altri Paesi, infatti, c’è una scarsa propensione all’indebitamento (con l’eccezione dei mutui per l’acquisto della casa), il credito al consumo è meno diffuso. Siamo più formiche che cicale. Il bisogno di sicurezza economica e la scarsa propensione al rischio ci aiutano ad affrontare l’attuale congiuntura in modo non drammatico e persino a provare gratificazione nel mostrarci avveduti e capaci nel far quadrare i conti del bilancio domestico, con il concorso di tutti i familiari.
Ancora una volta la crisi può rappresentare un’opportunità. È tuttavia difficile capire se le strategie di adattamento all’attuale situazione siano temporanee amputazioni di bisogni non essenziali o se stiamo modificando i modelli di consumo, le scelte e i progetti di vita. E se questi cambiamenti preludano alla scoperta (o riscoperta) di valori autentici e ad atteggiamenti diversi nei confronti dei nostri e, soprattutto, degli altrui bisogni. Nando Pagnoncelli |