Luglio 2009: Stili di vita. Cambiare si deve, cambiare si può
9 Luglio 2009
Umberto Folena
Giornalista "Avvenire"
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Il giornalista mette in guardia dalle mode
IL RADICALISMO SNOB
LASCIA INDIETRO IL POPOLO
Quanto costa cambiare uno stile di vita? Uno stile di vita oggettivamente sbagliato, insensato, sprecone. Quanto costa cambiarlo?
Questa è una prima domanda utile per tracciare un confine – incerto e impreciso e soggetto a spostamenti, come ogni confine – tra nuovi stili di vita ispirati a un radicalismo snob oppure alla radicalità cristiana; i primi appannaggio di pochi privilegiati, di un’élite che si distingue dalla massa per superiore consapevolezza, come lei immagina se stessa; oppure alla portata di tutti, veramente popolari.
Se cambiare stile di vita costa una cifra non alla portata della maggioranza della gente, allora quel nuovo stile di vita non è poi così virtuoso come pretende di essere. Certo, a tutti piacerebbe abbandonare i prodotti dell’ipermercato per approdare alle botteghe che recuperano le antiche tradizioni di salumi e formaggi e pasta e legumi non prodotti industrialmente ma da raffinati artigiani, secondo i migliori consigli dello slow food, quelli più corretti politicamente, elogiati dalla stessa stampa che due pagine accanto stende il tappeto rosso, forse perché ben retribuita per farlo, ai prodotti di superlusso degli stilisti, alle località di villeggiatura per vip, alle berline più accessoriate che costano due anni di stipendio di un professore delle medie.
Per il radicalismo snob, cambiare stile di vita serve a salvare il pianeta dall’autodistruzione, forse; a ridurre l’impronta ecologica, certo; a convertirci a un modello di sviluppo sostenibile, perbacco. Eppure, intenzionalmente o no, scava un nuovo solco tra un popolo eletto, che può permettersi certi comportamenti, e un popolo reietto, troppo ignorante, oscurantista e superstizioso per comprendere. Tra chi, per cultura, censo o superiore coscienza ideologica, sa elevarsi dal pantano dell’advertising; e chi invece ci resta invischiato, sognando Grandifratelli e Mulinibianchi a vita, rimbambito davanti al televisore.
Sia chiaro: tutti avvertiamo la stanchezza, l’insensatezza, l’ingiustizia di un mondo occidentale che consuma troppo, oltre la decenza, oltre il legittimo bisogno, oltre il desiderio di un sobrio benessere. Nessuno può negare che un modello di sviluppo, tanto oneroso per le risorse del pianeta da non essere esportabile, semplicemente non può essere considerato un “modello”, punto e basta. Ma qui avviene lo scarto.
Per noi, gli stili di vita del futuro prossimo, improntati a buon senso, eticità, solidarietà e sobrietà, sono un fatto di popolo. Devono poter riguardare tutti. Nessuno deve essere escluso soltanto perché non comprende o non può permettersi quel cambiamento di stile che renderebbe anche la sua vita più leggera e meno opprimente.
Sì, qui avviene lo scarto. Di là l’oligarchia che guarda al popolo, nonostante le apparenze, con sostanziale disprezzo; di qua la democrazia che cerca di guardare al popolo nell’unico modo giusto, con amore. Nessuno finge di non vedere quanto ampie porzioni di popolo siano sgradevoli, avide, ignoranti, sciocche, consumiste fino allo spasimo, ebeti nei comportamenti, primordiali nel pensiero. Ma questo è un ulteriore ottimo motivo per coinvolgere anche costoro nel processo di cambiamento degli stili di vita, perché proprio loro ne hanno maggiore bisogno.
Per noi il fattore decisivo, nel processo virtuoso verso nuovi stili di vita semplicemente più umani, o meno disumani, è l’educazione. L’educazione parte dalle persone e va verso i princìpi; l’educazione considera le persone protagoniste, non gregarie; l’educazione è un processo lungo e paziente.
Forse per questo, altrove, di educazione non si parla, né l’educazione viene praticata. Migliori effetti, nel condizionare i comportamenti, si ottengono con l’advertising e la propaganda. Il radicalismo snob, sbattendo in faccia al popolo le proprie mode virtuose, provoca invidia e senso di impotenza, essendo quei modelli irraggiungibili. Non educa ma diseduca. La radicalità cristiana innanzitutto cerca di amare, ha pazienza, propone e lascia libera la gente di cambiare o restare come prima. È la via stretta verso i nuovi stili di vita, l’unica che meriti di essere percorsa.

Umberto Folena

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