Ottobre 2009: L`informazione ai tempi del bipolarismo
8 Ottobre 2009
Marina Corradi
Giornalista "Avvenire"
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Ci avevano promesso, una volta, che il bipolarismo avrebbe reso l’Italia un Paese politicamente “normale”. Che la fisiologica alternanza tra maggioranza e opposizione, propria delle grandi democrazie occidentali, ci avrebbe garantito stabilità. Qualcosa però sembra non avere funzionato, si ritrova a pensare il comune cittadino, leggendo i giornali ogni mattina. La percezione è di essere dentro a una sorta di guerra. Chi legge i giornali francesi o inglesi realizza la presenza di un’opposizione ferma, ma sostanzialmente civile in quei paesi. In Italia, no. Lo scontro è aperto ogni sera sui tg, e replicato il giorno dopo sui quotidiani. Quasi amplificato. Si direbbe anzi che da noi un bipolarismo intrinsecamente litigioso abbia prodotto un contagio: anche l’informazione mostra tracce di deformazione “bipolare”. Di qualsiasi argomento si parli, c’è chi è duramente “contro” e chi è altrettanto accanitamente “pro”. Terreno d’elezione dello scontro è il gossip.
“Repubblica” è la trincea antigovernativa, che martella da mesi la sua raffica di “domande” a Berlusconi. Dal “Giornale”, con l’avvento di Feltri, rispondono a cannonate. O a veleni, come nel caso della squadristica campagna contro il direttore di “Avvenire”. O a minacce, come nel caso dell’avvertimento al presidente Camera perché sappia che, in ogni caso, anche lui ha il suo “dossier” ad attenderlo.
Le ultime settimane di questa guerra di carta hanno lasciato senza fiato quei lettori – e elettori – moderati, non abituati a leggere titoli che paiono baionette sguainate. Che senso aveva l’aggressione, con carte oscuramente manipolate, a Dino Boffo? Lungi dall’essere in prima linea nella battaglia per la “moralizzazione” del premier, “Avvenire” aveva seguito sulla vicenda una linea moderata. Il suo direttore è stato attaccato dal “Giornale” con ferocia, come fosse il primo degli avversari. In quale logica? A chi giova? si sono chiesti in molti. Ma la spiegazione, non lo escludiamo, potrebbe essere semplice, dentro a uno scenario di semplici copie da conquistare. Il nuovo direttore del “Giornale” aveva bisogno di alzare le tirature di quel quotidiano glorioso, ma un po’ appannato nella diffusione. E cosa di meglio di un presunto scandalo sessuale relativo a un cattolico, per aumentare l’ “audience”? Obiettivo raggiunto, non importa a quale prezzo, e sulla pelle di chi. “Il Giornale” è ora molto più visibile e aggressivo; più adatto a fronteggiare i cannoni della corazzata “Repubblica”, nella guerra di carta.
Perché l’ “effetto collaterale” di un bipolarismo scompensato, estremo, radicale, in Italia sembra l’arruolamento dei media: o con noi, o contro di noi. La terzietà è sempre meno ammessa – quasi fosse un defilarsi dalla battaglia. La critica equidistante sembra non interessare. Ed è più difficile esercitarla. Da un editoriale si estrapola una frase, la si sintetizza brutalmente, un lancio delle agenzie diffonde quella sintesi, e nessuno va a verificare il testo originale. E’ quanto è accaduto a un fondo di “Avvenire” dedicato alla strage dei settanta migranti, questa estate nel Mediterraneo. Nella “vulgata” di agenzie e di alcuni giornali, per “Avvenire” la strage dei migranti è diventata “uguale alla Shoah”.
 Ora, è chiaro che c’è un ampio quoziente di superficialità nell’usare parole non verificate alla fonte. Tuttavia, a tutto questo non è estranea la logica dell’arruolamento forzato dei media, dentro a un bipolarismo contagiato, come un virus. Serviva, forse, raccontare che il giornale cattolico, con un giudizio tranchant, attaccava, in definitiva, il governo. Nella guerra di carta gli equidistanti non servono. Bisogna scegliere, obbligatoriamente, una barricata.
Un risultato ulteriore ma non secondario di questa polarizzazione armata è l’impoverimento provincialistico della informazione. I grandi scenari e le analisi internazionali passano in secondo piano, di fronte all’ultimo verbale sulle escort. Come in un piccolo Paese avvelenato da una bega intestina, in cui nulla più conti di ciò che accade fuori. Ma l’Italia non è un piccolo Paese. E ci si chiede cosa, o chi potrà chiamarci fuori da questo circolo vizioso di guerre quotidiane, in cui siamo finiti e procediamo; senza forse nemmeno una piena coscienza di quello che appare un germe di involuzione democratica. Mentre si avverte forte l’esigenza di una “terzietà” pacata, ragionante, lucida. Tendente non al “suo” obiettivo, ma a un bene comune.

Marina Corradi

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