Novembre 2009: Buonisti per caso?
3 Novembre 2009
Raffaella Iafrate
Associato di Psicologia sociale
Università Cattolica del Sacro Cuore
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La psicologia sociale lancia l`allarme
LA RESA ALL`EMOTIVITA`
CREA NON-RELAZIONI
La tentazione buonista, che fa appello all’autodeterminazione propria e altrui, al valore intrinseco e indiscusso dell’emotività senza responsabilità, al puro soddisfacimento dei bisogni senza obiettivi, è diffusa a tutti i livelli delle relazioni interpersonali, dalle relazioni più formali e professionali, alle relazioni informali e amicali, fino alle relazioni originarie e primarie, ovvero quelle familiari.
“Buonista” può essere definita l’attuale tendenza a ridurre a pura emotività l’esperienza di relazione. Ciò che conta è emozionarsi, “sentirsela”, essere affettivamente soddisfatti, non porre né porsi limiti, in una sorta di “ipertrofia” dell’affetto a discapito della dimensione valoriale e normativa (quindi vincolante) della relazione con l’altro.
Questo si riflette in particolare in quella che potremmo definire la “deriva buonista” della relazione educativa che caratterizza in generale le relazioni “verticali”, in particolare quella tra genitori e figli. In essa si assiste più che altrove allo sbilanciamento sul versante affettivo-emotivo.
A fronte di un passato in cui molto spesso venivano sottovalutate le potenzialità e soprattutto i desideri delle generazioni in crescita, che venivano educate in modo autoritario e poco disponibile al dialogo e all’ascolto dei bisogni, i decenni più recenti hanno visto un’enfatizzazione della libertà espressiva dei soggetti, attribuendo all’ex-ducere (il tirare fuori le potenzialità) contrapposto all’in-ducere (forzare la volontà altrui) un valore assoluto e incontestabile. Spingendosi ancora oltre, il genitore odierno sembra aver abbandonato anche il compito di ex-ducere per trasformarlo piuttosto in un se-ducere volto cioè a “sedurre” il proprio figlio, ad attirarlo a sé, a compiacerlo in ogni circostanza. Sembra infatti che oggi la paura più grande di molti genitori sia quella di perdere l’affetto dei propri figli, se questi ultimi non vengono assecondati in ogni capriccio o desiderio.
Capita di incontrare genitori che, anche a fronte di richieste anche  inaudite dei propri figli, chiedono impotenti (magari riferendosi a bambini di 3-4 anni!): “Ma come faccio a dirgli di no?”. O che di fronte ad un adolescente ribelle rinunciano a stringere patti chiari e ad esigere il rispetto delle regole del gioco per paura di perdere anche quel minimo di dialogo rimasto (“già li vediamo poco”). Il desiderio di un’accettazione incondizionata sembra dunque essersi sostituito alla responsabilità per le azioni dei propri figli, alla capacità di condurli (cum-ducere) verso una meta, capacità che presuppone prima di tutto l’esistenza di un obiettivo e poi una capacità di stare vicino, di accompagnare di non mollare davanti ai rifiuti, ai rischi e alle difficoltà.
Va certamente riconosciuta al nostro contesto culturale una valorizzazione degli aspetti affettivi ed espressivi del legame, rispetto ad una società del passato certamente più restia a riconoscere la bontà di queste dimensioni e maggiormente orientata a sottolineare gli aspetti vincolanti e normativi delle relazioni interpersonali e sociali. Positiva è la conquista del nostro tempo che ha saputo ridare spazio alla dimensione affettiva dell’uomo, al riconoscimento delle potenzialità del suo cuore. Ma il cuore dell’uomo, con tutta la ricchezza e la profondità di cui è ricolmo, se non è educato da un ethos che gli indichi una direzione che ne finalizzi le potenzialità, si corrompe.
La relazione ridotta a pura emotività all’insegna del buonismo educativo è una relazione che non riesce ad esprimere un suo aspetto fondamentale, quello legato alla responsabilità nei confronti dell’altro e del legame stesso, alla ricerca di un senso e di una direzione verso cui tendere. E’,  in altre parole, una non-relazione.  La natura più profonda della persona intesa come essere relazionale chiede infatti di essere amata, valorizzata e rispettata nella sua libertà, ma anche condotta, eticamente orientata, spinta ad andare oltre se stessa superando la tentazione dell’onnipotenza narcisistica per approdare alla sua piena realizzazione generativa, progettuale, e, proprio per questo, “vincolata”. Riuscire a dire di no è dunque fare e far fare i conti con il limite che ci definisce come persone e che - paradossalmente - ci spinge a superare noi stessi per rendere e renderci migliori.

Raffaella Iafrate

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