Novembre 2009: Buonisti per caso?
3 Novembre 2009
Roberto Cartocci
Ordinario di Scienza politica
Università di Bologna
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Nel dizionario della seconda repubblica non mancano le innovazioni lessicali, alcune delle quali sono collocate ben oltre il limite dello scurrile. Il termine “buonismo” pare lontano da questo limite ma – come vedremo – anch’esso suscita qualche disagio. Ricorre nella cronaca politica ma nella vita quotidiana non è frequente – e ci sarebbe da meravigliarsi del contrario. Nel linguaggio ordinario infatti non mancano termini, oltretutto più coloriti e sanguigni, per designare chi non è buono ma vuol sembrarlo, oppure chi appare buono solo perché è un inguaribile sprovveduto.

Come mai la politica di questi anni ha sfornato il buonismo? Una risposta ci aiuta a capire quanto profondi siano stati i cambiamenti nella politica italiana rispetto ai tempi del muro di Berlino. Prima di tutto bisogna tener presenti due punti fermi.
1) La parola buonismo viene usata come un’accusa o come epiteto che irride l’avversario.
2) Quest’accusa mira a smascherare un’ambiguità sottile delle proposte dell’avversario, da denunciare come un pericoloso raggiro. L’opinione pubblica deve essere messa in guardia: “attenti! Sotto la bontà proclamata c’è molto di peggio”. Dietro l’impegno disinteressato o la proposta generosa si nascondono esiti rovinosi e perversi, cioè diversi da quelli previsti. In altri termini: il buonismo deve essere svelato con la denuncia veemente, prima che provochi danni per tutti.
 
Se questo è il significato del termine, perché oggi la politica lo inventa e lo usa? La parola può circolare solo in un quadro politico confuso, in cui hanno perso nitidezza le linee di frattura tra le forze in campo. Non c’è alcun bisogno di lanciare accuse di buonismo agli avversari quando ogni posizione presenta forti tratti di coerenza interna, nonché una ragionevole sintonia con i temi imposti dall’agenda politica: bastano i consolidati repertori del lessico politico per denunciare le posizioni degli avversari, etichettabili alla bisogna come centralisti o localisti, socialisti o fascisti, populisti o giacobini, servi dei padroni o bolscevichi nemici della proprietà privata.
Anche la politica post-moderna ha le sue contrapposizioni: pacifisti contro interventisti, europeisti contro nazionalisti, ambientalisti radicali schierati contro i difensori delle ragioni dei produttori (i padroni e i loro operai), xenofobi contro entusiasti del multiculturalismo, favorevoli o contrari ai diritti degli omosessuali – e si potrebbe continuare.
Con tale abbondanza di alternative appare davvero bizzarro lanciare accuse di buonismo agli avversari. Ma proprio qui sta il punto: il buonismo non chiama in causa un conflitto politico e ideologico. Esso segnala che il conflitto si pone su un piano metapolitico. Le accuse di buonismo lanciate dai “cattivisti” – ovvero da coloro che si proclamano realisti, quelli che hanno capito tutto – indicano che non è in gioco una differenza di posizioni ma di piani. In piena sintonia con il risentimento astioso che permea la politica di oggi, si prescinde dal merito di questioni circoscritte per salire ad un piano più ampio, in cui i cattivisti-realisti si arrogano un preciso compito pedagogico: disvelare agli ingenui, alle “anime belle”, la vera natura del conflitto politico, in cui occorre decisione, durezza, cinismo e virile disponibilità a sostenere i costi conseguenti, quali che siano. Dunque accettare il disordine anarchico che governa il mondo e attrezzare il Paese per sostenere la feroce competizione politica ed economica.
E così le accuse di buonismo lanciate in quest’inizio di secolo richiamano alla mente inquietanti fantasmi del nostro passato: i Crispi, i Mussolini e tutti quelli che hanno preteso di creare la nazione raddrizzando la schiena agli italiani imbelli e litigiosi. Il ritorno dei duri, per quanto felpato, è un’ulteriore conferma che la seconda repubblica ha sdoganato temi e fervori che erano stati accuratamente, e saggiamente, esclusi dal discorso politico dopo il 1945. Non ci hanno portato molta fortuna, i cattivisti, e meno che mai ce ne porterebbero in futuro.

Roberto Cartocci

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