È tutta un’altra storia il corpo di noi donne. Tutta un’altra storia rispetto a quella raccontata da una martellante pubblicità, sbattuta in faccia dall’informazione, propinata in maniera più o meno subdola dai reality di ogni specie. Tutta un’altra storia, che è storia di relazioni e di interiorità, storia di accoglienza, di ascolto, di contemplazione, storia di gratitudine e di gratuità.
Il corpo delle donne reca in sé la cifra della relazione, è fatto per dare e per accogliere, per ricevere e per portare in sé. La dimensione dell’accoglienza, e dell’accoglienza interiore, segna fin nelle sue fibre più profonde la corporeità femminile. Non c’è nulla che possa restare ad un livello puramente superficiale, che possa toccare solo di striscio il nostro corpo, senza suscitare un coinvolgimento emotivo che mette inevitabilmente in movimento la dimensione interiore. Così come non c’è nulla in noi che si fermi ad un livello puramente intellettivo, concettuale, senza passare attraverso la sensibilità, e la sensibilità corporea, senza essere sentito in una fisicità radicale perché globale.
Sempre la vita, la nostra vita come quella degli altri, di chi ci sta accanto e di chi ci è affidato, viene portata in noi. Non possiamo farne a meno. Nel bene e nel male. Forse potremmo dire che non si dà mai, per una donna, una situazione di totale indifferenza. E l’esser coinvolti, il sentirsi partecipi, avviene con tutto ciò che noi siamo. Per questo il sentire delle donne sa andare fino in fondo, sa scendere nelle profondità della vita, coglierne le più sottili sfumature e da tutto questo sa lasciarsi afferrare. C’è un pensare, un capire un meditare che è proprio delle donne e che passa dentro di sé, dentro la propria carne, un pensare che mai si sgancia dal sentire, ma che dal sentire sa farsi condurre, e per così dire dilatare.
Allo stesso modo il corpo delle donne è cifra della cura, ossia del custodire e del generare.
Anche quando non c’è il dono di una generatività biologica, la donna genera alla vita. Lo fa attraverso la cura quotidiana delle relazioni e delle relazioni affettive. La responsabilità per l’altro nell’esperienza delle donne è, da sempre, nella cura. Una cura fatta di atteggiamenti, di gesti, di azioni, che toccano i livelli più minuti e quotidiani dell’esistenza, ma che non hanno paura di misurarsi con le grandi scelte, che non temono di confrontarsi con i nodi cruciali della vita comune perché, da sempre, questa cura è abituata a stare nei crocevia dell’esistenza. E il corpo delle donne, nella cura, conosce la asimmetria delle relazioni, oltre la pretesa di una reciprocità ad ogni costo. È un corpo che dona, che sostiene, accompagna, prima ed oltre ogni possibile contraccambio.
Una corporeità non spezzata, non frammentata, ma globale, luogo di sintesi, nella misura in cui è ritrovata, sempre di nuovo, ed è vissuta, fino in fondo, nella sua dimensione interiore.
Tutta altra cosa rispetto alla pellicola luccicante che siamo abituati a vedere, tutt’altra cosa rispetto alla pedina da scacchiera a cui vorrebbero ridurla, tutt’altra cosa rispetto ad un corpo usato, svenduto, svuotato.
Tutta un’altra storia. Ma è la nostra storia: la storia delle donne che siamo e che vorremmo poter essere. Giuseppina De Simone |