La crisi i giovani non hanno tempo di spiegarla, o almeno di spiegarsela. Sono troppo impegnati a viverla, per non dire subirla. Di certo soffrono, nel linguaggio generazionale "rosicano", nell’apprendere a mezzo stampa che la stessa (la crisi) sarebbe "finita", "superata", che "si intravede la luce in fondo al tunnel". Sfogliando i giornali, i più osservano divertiti una lampante contraddizione: nella pagine di politica leggono postmoderni "inni all’ottimismo", nelle pagine di economia percorrono il cimitero di chiusure, fallimenti, casse integrazioni, mobilità e via discorrendo. Nella pagine di cronaca giudiziaria, poi, apprendono che in piena crisi cricche transideologiche sono addirittura riuscite ad arricchirsi. Ma quello è il talento dei migliori.
D’altra parte bisogna perdonarli i giovani, non hanno visioni macroeconomiche, tutt’al più conoscono (per esperienza e senza concettualizzazioni) la legge della domanda e dell’offerta. Che di questi tempi è impietosa: loro (i giovani) si offrono al mercato del lavoro, ma la risposta non c’è, e se c’è, è umiliante. O, terza ipotesi connessa alla seconda, è fuori dai termini di legge. Parliamo, ovviamente, dei giovani normali, e non dei raccomandati, le cui carriere proseguono indisturbate da un ente all’altro, da un Cda all’altro, da una consulenza all’altra, pur essendo le loro vite (quelle dei raccomandati) la negazione esistenziale dell’età giovanile (che sogni hanno? Quali valori? Hanno sacrificato libertà e aspirazioni in cambio del rassicurante controllo di chi li ha raccomandati? Quale mondo immaginano domani? Cosa li muove? Mah…).
L’assenza di meritocrazia e le logiche clientelari, dicono gli studiosi, hanno bloccato la mobilità sociale. La mobilità sociale, per inciso, è la semplificazione in linguaggio economico di quella che chiamiamo "speranza", che certo è parola di più ampio spessore, ma che richiede anche una discreta infrastruttura materiale.
Parliamo chiaro: i giovani, esclusi ovviamente gli studenti a tempo pieno dei vari ordini e gradi, sono in gran parte disoccupati o precari. Il resto è una gradita eccezione. Impossibile parlare di flessibilità, è una pietosa bugia bipartisan. Migliaia di contratti a progetto non sono tali. Chi "gode" di questi contratti entra alle nove in ufficio (o nello stabilimento) ed esce dopo otto ore, a meno che il peso psicologico ed economico del datore non sia tale da costringerlo anche ad extra, non retribuiti. Si paga "a progetto", o anche "a partita Iva", un lavoro pienamente seriale e continuativo. I controlli su queste distorsioni sono insufficienti, i sindacati non sono attenti, i singoli ragazzi che si trovano in questa situazione non riescono ad organizzarsi per fare pressioni e rivendicare i propri diritti e vivono spesso in solitudine questo disagio. Ciascuno si sente artefice del proprio domani, punto. I giovani italiani e stranieri, soprattutto non scolarizzati (elementari, terza media stentata, superiori interrotte), anche minori, sono invece la preda preferita del lavoro nero, altro tema che appare a gettone nella pubblica opinione, rigorosamente in occasione di incidenti sui cantieri. Coloro che con scrupolo hanno studiato e si sono impegnati in discipline strategiche per il Paese annaspano senza prospettive negli ambienti universitari.
Cosa fare? Ma soprattutto, cosa fare al netto delle responsabilità politiche? Si permetta una risposta teorica, prima che pratica. Anche perché teorica non sempre vuole dire inutile. Nelle riflessioni dell’Azione cattolica il nodo del problema è vocazionale. Il punto è restituire ai giovani gli strumenti per un proprio compiuto progetto di vita. Significa che le agenzie formali e informali dell’educazione e della formazione tornino a "costruire la persona" (si assuma la frase nel senso migliore, e non deterministico) nella sua interezza, a individuare e valorizzare i talenti, a orientarli, a concretizzarli nella competenza, ad armonizzarli in un’idea di vita personale, sociale e comunitaria che comprende gli affetti, la famiglia, la partecipazione, l’impegno civile. È un’idea di formazione organica e globale in disuso, addirittura osteggiata dal punto di vista culturale a favore di una frammentazione dei saperi, degli ambiti e degli stili di vita.
La gran parte delle idee pratiche, su cui c’è poco da inventare, discendono da questa premessa: discende da questa premessa il sostegno all’autoimprenditorialità (sotto forma di impresa vera e propria o prestazioni professionali di alta qualità), alla cooperazione nell’ambito dei servizi alla persona e al territorio, discende da questa premessa, soprattutto, l’urgenza delle urgenze, una riforma reale e meditata - non di natura prettamente economica - dell’intero sistema dell’istruzione e della formazione universitaria. Perché nei momenti di crisi e di passaggio, le comunità lungimiranti si ripensano, e si ripensano dalle fondamenta, ovvero dalle condizioni strutturali che permettano la crescita vera e completa delle nuove generazioni. Marco Iasevoli |