Luglio 2010: La crisi raccontata dai giovani
14 Luglio 2010
Giuseppe Failla
Segretario nazionale dei giovani
delle Acli
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ACLI/Il "si salvi chi può" non ci basta
LA SFIDA DA COGLIERE
RILANCIARE IL SOCIALE
Affrontare il tema della crisi che sta investendo l’economia mondiale vuol dire affrontare un tema complesso e pieno di insidie. La prima difficoltà che si riscontra consiste nello scegliere l’approccio con il quale analizzare questo fenomeno. Nonostante ad una prima valutazione l’economia sembra essere il campo di analisi naturale, ci si accorge presto che senza un approfondimento socio-culturale i risultati di analisi appaiono incompleti o parziali. La durata della crisi che stiamo vivendo è difficilmente prevedibile e i rischi che molte famiglie, in particolar modo quelle più giovani, entrino in una situazione di emarginazione ed esclusione sociale sono concreti. Ciò continua a produrre un aumento delle disuguaglianze e l’indebolimento dei sistemi di protezione sociale, un appiattimento della progettualità futura, nonché una paralisi dello sviluppo personale[1]. Il rischio, infatti, è quello di incrementare nella crisi la cultura dell’individualismo anti-solidale, l’erosione dei legami sociali considerati, insieme alle regole della convivenza, come impaccio al “si salvi chi può” mentre la nave affonda[2].
I giovani, che non erano considerati a rischio fino a qualche anno fa in quanto economicamente attivi e, in ipotesi, privi del peso di altre persone da loro dipendenti, oggi rischiano di essere i veri anelli deboli della cosiddetta Risk Society. La portata di tale assunto oggi appare rafforzata dai mutamenti verificatisi nel mercato del lavoro e nei percorsi formativi. È anche per questo insieme di motivi che i giovani restano bloccati nella transizione allo stato adulto, incontrano rischi di povertà elevati se escono dalle famiglie di origine, rinviano la costituzione di una propria famiglia e sono costretti a prolungare la dipendenza dalle generazioni adulte. Non a caso il tema del rapporto intergenerazionale mette a nudo in modo spietato la crisi, non solo di senso, che attraversa la nostra società, in particolare la paralisi del pensiero sul futuro.
Se ci fermassimo ad un’analisi sì fatta, non potremmo lasciare spazio alla speranza né alla ricerca di modelli altri ai quali affidare una soluzione alla crisi attuale. Il ruolo affidato alla società civile organizzata deve essere anche quello di suscitare dubbi su questa visione del mondo e del futuro: è un compito che richiede di acquisire consapevolezza dei nostri stili di vita quotidiani e delle loro implicazioni a livello planetario. E’ un richiamo forte al senso di responsabilità di ciascuno nei confronti di tutti gli altri. La possibilità di cambiare non può prescindere dalla voglia di ciascuno di mettersi in gioco, dalla fantasia nell’inventarsi prospettive diverse, modalità nuove, originali, uniche, di mangiare, vestire, divertirsi, spostarsi, e di vivere in modo consapevole e responsabile la società di cui si fa parte ricercando prioritariamente il bene comune.
Probabilmente non è ancora stata colta in modo diffuso l’importanza politica della radicale trasformazione che sta attraversando la natura dei legami sociali. La strada e la piazza come situazioni di comunicazione e di scambio fra persone, il volontariato, i contesti intergenerazionali: tutte situazioni che non sembra eccessivo definire anch’esse a rischio. Ricostruire o rinforzare contesti come questi, in una situazione mutata, si propone sempre più come strumento necessario per uscire rafforzati dalla crisi attuale. In sostanza occorre rilanciare il sociale. Il passaggio da fare è alla contemporaneità, rendendoci protagonisti e promotori di una pedagogia del cambiamento che è inseparabile da una rinnovata antropologia della fiducia[3]. Si tratta allora di trovare nuove chiavi di lettura del mondo, nuovi strumenti di comprensione e nuove figure culturali che possano essere riferimento nella trasformazione dal pensiero all’azione, dal poter essere al saper essere. Il mandato delle giovani generazioni, in particolare, non può che essere quello di cogliere tutte le opportunità che anche l’attuale crisi offre generando fiducia e capacità di guardare lontano. È compito di ogni nuova generazione, infatti, mantenere memoria del passato ed avviare processi di costruzione della storia. La capacità di gestire un mondo che cambia e i processi stessi di cambiamento socio-economico possono derivare da un reale protagonismo di generazioni e generi chiamate a fare scelte responsabili nella società.
 
 


[1] R. Siza., Precarietà della vita e povertà transitorie, in Animazione Sociale n. 2/2004.
[2] A. Olivero, Tempi inediti: il coraggio delle scelte, Relazione al Consiglio Nazionale Acli, Roma, 2010
[3] Orientamenti Congressuali XXIII Congresso Nazionale Acli.

Giuseppe Failla

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