Settembre 2010:
14 Luglio 2010
Giovanni Gut
Delegato nazionale dei giovani Mcl
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MCL/I contratti da soli non garantiscono tutto
RISCOPRIAMO IL DESIDERIO
COME MOLLA DELLO SVILUPPO
Improvvisa e violenta come un temporale estivo, la crisi si è abbattuta su un mondo che credeva di essersi avviato, ancora una volta, verso un radioso avvenire. Ma del temporale estivo la crisi non ha condiviso la brevità né, come tutti gli acquazzoni, è riuscita a rendere più fragrante l’aria da respirare. Anzi, oltre alle rovine che si è lasciata dietro, sembra che abbia oscurato l’orizzonte impedendo di guardare al futuro, o forse non ha fatto altro che rivelare quanto fosse flebile la luce del radioso avvenire.
Proprio questa incapacità di guardare al futuro è la conseguenza più preoccupante della crisi e rappresenta la maggiore sfida del nostro tempo. Guardare al futuro significa – per chiunque, ma particolarmente per i giovani – prendere sul serio il desiderio che è alla base dell’agire della persona, perché non si può costruire nulla se non partendo dall’insopprimibile desiderio di felicità e di bene costitutivo dell’uomo. Oggi sembra che il desiderio sia mortificato in due modi all’apparenza opposti ma in realtà intimante legati: il primo è ritenere che il desiderio sia un sovrano assoluto, che sia slegato dalle altre dimensioni dell’umano e che al proprio desiderio debba sottostare tutta la realtà; il secondo è credere che il desiderio sia superfluo o persino dannoso per una vita tranquilla, serena, senza rischi e magari di successo. Occorre ripartire da un’educazione al desiderio, ossia a prendere seriamente le proprie aspirazioni, a mettersi in gioco e a rischiare per esse la propria libertà.
Il lifelong learning è il leitmotiv delle teorie dello sviluppo del capitale umano, è uno dei pilastri del workfare. Formazione, apprendimento, conoscenza, sono certo elementi fondamentali per la crescita della persona e per migliorare la sua occupabilità, eppure da soli non sono sufficienti poiché presuppongono un processo educativo. La crisi non è stata generata da persone incapaci di svolgere il proprio mestiere, ma da individui che lo svolgevano in modo fraudolento, non a caso Benedetto XVI ha affermato che la crisi prima ancora di essere economica era una crisi antropologica, una crisi della persona. Non è solamente o primariamente una questione di regole o di modelli ma di educazione della libertà, di capacità di riconoscere e di scegliere ciò che è giusto. A prova di ciò basti pensare come di per sé un codice etico non dia la certezza dell’onestà dell’impresa o che, e molti giovano possono testimoniarlo, i contratti da soli non bastano a garantire un’effettiva tutela e promozione del lavoratore, magari prendendo come giustificazione dei comportamenti lesivi della dignità della persona le difficoltà causate dalla crisi.
È necessaria una maggior responsabilizzazione da parte di ciascuno di noi, è necessario superare la tentazione di delegare l’esercizio della nostra libertà e della nostra responsabilità a delle norme che per quanto giuste e ben fatte non possono sostituirsi all’uomo. Qui emerge in tutta la sua rilevanza il ruolo del terzo settore e dell’associazionismo, della loro insostituibile opera educativa, in modo particolare nei confronti dei giovani. Un migliore raccordo tra sistema scolastico e mondo del lavoro, la partecipazione diretta dei lavoratori alla vita dell’impresa, politiche attive del lavoro che favoriscano l’ingresso nel mondo del lavoro, sono tutte priorità dell’agenda sociale e politica che possono favorire la promozione del bene comune.
La crisi ci dà l’opportunità di cogliere l’invito rivoluzionario di Benedetto XVI di plasmare ogni tipo di rapporto con il dono e la gratuità, dimensioni che più di ogni altre permettono ai giovani di vivere con pienezza l’avventura della vita. 

Giovanni Gut

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