Sono almeno due i punti fermi sui quali il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha recentemente sollecitato i cattolici italiani a impegnarsi coraggiosamente nell’agone pubblico per promuovere una politica delle riforme nell’unità e indivisibilità del Paese. L’obiettivo e il criterio guida del loro impegno sociale non può essere altro che il paradigma dell’inclusione sia che si tratti del federalismo, sia che si tratti della crisi economica. Né sul Mezzogiorno né sugli immigrati, né più in generale sui soggetti deboli, può essere infatti scaricato il peso delle difficoltà che l’Italia sta attraversando.
Se è vero che la politica è la più alta ed esigente forma della carità, ne consegue che soltanto una società e una cultura dell’inclusione può essere l’esito obbligato e coerente di ogni scelta. La presenza in Italia di tanti stranieri e la crescente intolleranza nei loro confronti dimostra purtroppo che «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (Caritas in veritate n.19). Per questa ragione il criterio decisivo per fare dell’ospitalità e dell’integrazione il vettore dell’inclusione è la fraternità.
Non è possibile allora che i cattolici si limitino a dichiarare verbalmente che la fraternità oltrepassa la solidarietà e la giustizia sociale, ma poi si arrendano passivamente dinanzi alle derive xenofobe e razziste che la cronaca ci mette sotto gli occhi. Da essi ci si attende qualcosa di più. È compito dei cattolici impegnati in politica vedere la presenza degli stranieri come un “segno dei tempi” e “Kairòs” da cogliere in un’ottica integralmente umana non come un problema di ordine pubblico.
Se questo ordinariamente non succede, ciò è forse dovuto al fatto che il laicato cattolico non ha svolto finora – a Nord come a Sud – un efficace e capillare lavoro di pedagogia sociale. Permane infatti una lettura neopagana del problema migratorio come se la fede non avesse alcuna rilevanza e cogenza pubblica. Ciò significa che, di fatto, sulla questione migratoria è la Lega ad esercitare oggi in Italia una vera egemonia culturale e politica. Ciò a detrimento dei diritti di cittadinanza di tutti, nativi e migranti.
Ecco perché diventa legittimo attendersi che tutti i soggetti, non solo alcuni pionieri coraggiosi (ma isolati), siano in prima fila per promuovere una politica di integrazione e di riconoscimento.
Cambiare la legge sulla cittadinanza diventa allora la nuova frontiera dei diritti nel nostro Paese. La cittadinanza deve essere riconosciuta alle seconde generazioni e agli immigrati che da almeno 5 anni sono regolarmente residenti in Italia e ne conoscono sufficientemente la lingua e la Costituzione. I figli degli immigranti hanno diritto di avere pari opportunità formative e lavorative. Sono loro i nuovi cittadini e per questo bisogna promuovere una cultura dell’accoglienza, del rispetto e dell’integrazione interculturale come “grammatica del con-vivere”.
La via italiana all’integrazione passa infatti attraverso una politica del riconoscimento e una visione positiva degli immigrati come risorsa per il Paese, se è vero che gli stranieri producono il 10% del Pil e che con il loro lavoro contribuiscono a pagare le nostre pensioni. Ma non deve essere questo il criterio ultimativo, quanto piuttosto quello di un’antropologia relazionale compiuta.
Basta allora con l`equazione tra immigrazione e criminalità poiché la stragrande maggioranza degli stranieri sono lavoratori onesti, affidabili e indispensabili per il nostro sistema produttivo, e prima di tutto delle persone che reclamano il non negoziabile rispetto della loro dignità.
È compito dunque del laicato cattolico assumere l’inclusione come paradigma di etica pubblica sostenendo e rafforzando le iniziative ecclesiali già esistenti a favore dei più poveri (dagli immigrati ai Rom) come i fondi diocesani di solidarietà, le azioni di microcredito, il prestito della speranza e altro ancora. Strumenti di politiche inclusive ma soprattutto indicatori della democrazia sostanziale del nostro Paese. Andrea Olivero |