Il documento preparatorio della 46esima Settimana Sociale non si limita a parlare genericamente della necessità di «cominciare ad abbattere le barriere» che impediscono la mobilità sociale, favorendo quel «traffico dei talenti» che possa consentire, soprattutto ai giovani, di trovare la propria strada per concorrere a migliorare le condizioni di vita delle persone, delle famiglie, delle comunità.
Il Comitato scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, infatti, si spinge più a fondo, scegliendo di indicare con precisione alcuni specifici spazi in cui tale mobilità può, e forse deve, essere concretamente resa possibile. Ben consapevoli che molti altri possono essere gli esempi concreti a cui rinviare, gli estensori del documento hanno voluto fare lo sforzo di attirare l’attenzione su due snodi strategici da questo punto di vista per il futuro del Paese. Il primo di essi è stato individuato, opportunamente, nel sistema universitario. L’università rappresenta per sua stessa natura un luogo di possibile costruzione della speranza: speranza per tutti quegli studenti che ad essa chiedono di essere accompagnati nella maturazione del proprio itinerario di crescita culturale, nell’acquisizione di competenze da spendere nella vita e nel lavoro, nell’allargamento degli orizzonti e delle esperienze, nell’ingresso definitivo nella dimensione della cittadinanza responsabile. Speranza per coloro che nell’università decidono di spendersi per contribuire al sapere comune, attraverso la ricerca e l’insegnamento.
Un Paese che voglia favorire la mobilità sociale al proprio interno è un Paese che mette in condizione il mondo universitario di funzionare. Che investe sull’università come luogo privilegiato della mobilità sociale. E che per questo cerca le misure più giuste per consentire all’università di superare i limiti e le difficoltà che spesso ne condizionano le potenzialità. Misure non solo economiche (certamente necessarie!), ma anche culturali, di promozione del valore della conoscenza, della ricerca, della cultura, e anche amministrative e politiche, di regolamentazione dei processi di selezione e di controllo di coloro che nell’università sono chiamati ad operare, di riforma delle modalità di autogoverno delle singole università, di crescita della loro autonomia. Ma soprattutto, un Paese che vede nell’università un luogo strategico per il realizzarsi di una effettiva mobilità sociale è un Paese che si impegna a fondo per dare concreta realtà a quel diritto allo studio che è assicurato dalla nostra Costituzione. E che per questo non si spaventa di fronte alla necessità di investire tempo, risorse, persone, per rendere possibile a tutti di accedere all’insegnamento universitario a prescindere dalle condizioni economiche e culturali. A prescindere dalla terra in cui si è nati e cresciuti, sia essa al Nord o al Sud, grande città o piccolo paese di provincia, in Italia o all’estero, in Europa o nel Sud del mondo.
Non si tratta, del resto, di un compito che spetta solo alle istituzioni: quanto può essere fatto dalla società civile, dalle aziende pubbliche o private, dalle amministrazioni locali, per rendere meno difficoltosa l’esperienza delle centinaia di migliaia di studenti che per frequentare l’università sono costretti a spostarsi da una città all’altra, per alleviare lo sforzo delle famiglie che devono fare i conti con i costi del mantenimento agli studi dei propri figli, per rendere il percorso universitario un’esperienza di arricchimento umano a trecentosessanta gradi, per creare un reale incontro tra mondo universitario e mondo del lavoro? E quanto può essere fatto da tutti quegli stessi soggetti per aiutare il mondo universitario a farsi più permeabile alle istanze provenienti dalla realtà locale nella quale opera, più responsabile nell’offrire percorsi di studio adeguati al nostro tempo, più trasparente nel proprio modo di governarsi, più attento alle esigenze e alle aspettative dei propri studenti, delle loro famiglie, della società? Certo occorre capacità di scommettere sul futuro, occorre inventiva, sguardo lungo, senso di apertura e di solidarietà nei confronti delle generazioni che salgono.
Lo stesso coraggio, la stessa capacità di andare al di là degli schemi consolidati, di sciogliere i legacci che impediscono il movimento, del resto, occorrerà avere per poter incidere sull’altro nodo che il documento preparatorio individua come strategico per favorire la mobilità sociale nel nostro Paese, ossia l’area delle professioni. Anche in questo caso, si rende necessario innanzitutto uno sguardo sereno ma sincero alla realtà, per dire che se la società italiana vuole trovare in se stessa le forze per una effettiva mobilità deve mettere da parte privilegi consolidati, regole non scritte, complicità corporative, monopoli più o meno legittimi, per aprire veramente l’accesso e la possibilità di crescita nel mondo delle professioni a tutti, a prescindere da cognomi, provenienze, tradizioni, pregiudizi. Un percorso di crescita nella trasparenza del quale tutti siamo chiamati a farci corresponsabili. Franco Miano |