In questi giorni in cui la lettura delle notizie (o meglio delle non-notizie) che riguardano la politica del nostro Paese è davvero difficoltosa, ancor più crescono in me le aspettative verso la 46esima Settimana Sociale. Non sono così sprovveduta da immaginarla come il “sana totum”, ma non posso non percepirla, in questo clima, come un laboratorio aperto che può indicare a cristiani e ad uomini di buona volontà un metodo interessante e nuovo. Anche per la politica.
La sostanza della Settimana non sarà nelle pur lucide relazioni, ma negli incontri di gruppo a cui verrà dedicato la maggior parte del tempo di lavoro. Tali incontri hanno lo scopo di proseguire la ricerca comune e trasversale di un`agenda di priorità da proporre al Paese, partendo da una lista ragionata, frutto di un confronto autentico, di un ascolto ricercato e attuato nelle sedi di diocesi, movimenti, comunità ecclesiali, gruppi.
Basta scorrere il documento preparatorio che ne è risultato per capire che l`ordine del giorno dei lavori verterà su argomenti veri, argomenti iscritti da tempo nell`attualità di questo nostro Paese e sempre più diventati emergenze senza risposta. La stessa scelta della città - Reggio Calabria – innalza il significato dell`avvenimento. Non si è cercato un luogo dove ritirarsi con una élite autoreferenziale, preferendo invece una presenza dentro un territorio martoriato e in attesa di riscatto per poter dire che noi cristiani, anche calabresi, ci siamo e siamo disposti a pagare di persona per dare un avvenire di speranza a tutti.
Qualcuno, non a torto, lo ha chiamato un evento sociale.
E la politica sarà interpellata? Sotto la voce “Completare la transizione istituzionale” si propone di cominciare il confronto su tre questioni centrali della politica.
Si affronta il centrale rapporto tra potere e responsabilità entrando decisamente nel cuore di una situazione cruciale: quale governo per salvaguardare contemporaneamente sussidiarietà, responsabilità imputabile ed efficacia?
Per un sano equilibrio tra autonomia fiscale e riduzione delle diseguaglianze tra i territori - due principi di uguale valore - si cercano suggerimenti praticabili per realizzare un federalismo coerente, che promuovendo le differenze riduca al contempo le diseguaglianze.
Perché ho parlato di un metodo di lavoro interessante e nuovo?
In un Paese provinciale, - non perché ricco della molteplicità delle ricchezze locali, ma perché ripiegato egoisticamente su se stesso - si intende prendere impegni precisi anche per una mondialità non subita, ma scelta responsabilmente: conseguenza diretta dell`aver conosciuto l`amore di un Padre comune a tutta la famiglia umana.
In un Paese in cui vige incontrastata la logica della “conventicola”, a Reggio Calabria non varranno le rendite di posizione o le piccole appartenenze. Alla Settimana prenderanno parte persone con una collocazione partitica precisa, persone che dentro l`attuale panorama politico non si sentono rappresentate, persone che già intravedono il nuovo che verrà. Ci sono le condizioni per vivere assieme un`esperienza determinante per tutti, uniti dalla fede in un Dio che si è incarnato e che quindi chiede di non evitare le scelte che la vita comporta. Si chiamerà ciascuno ad offrire la propria diversità, come dono che arricchisce la capacità di comprendere e governare i fenomeni, come sfida per dimostrare che il Bene Comune è declinabile e il dialogo non mette in crisi la propria libertà, ma la sostanzia.
In un Paese in cui la maggioranza delle persone vive l`irresponsabilità come scelta che sola può assicurare la felicità, consumando cose e persone come un diritto acquisito, si sceglierà assieme - nella fatica e nella gioia dell`essere comunità - la responsabilità comune, che non annulla i ruoli, le funzioni e le posizioni, ma chiama tutti ad essere soggetti che si fanno carico dell`appartenenza reciproca.
In definitiva, l`intento è che maturino e giungano a definizione poche priorità precise da offrire all`Italia, ma soprattutto un impegno da prendere assieme e poi attuare, in un fecondo dialogo con la società e le sue istituzioni, in una speranza generatrice sostanziata di “già e non ancora”. Lucia Fronza Crepaz |