Aprile 2011: La Chiesa comunità che educa
8 Aprile 2011
Andrea Tornielli
Giornalista "La Stampa"
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Purificata, può divenire una grande risorsa
NELLA PIETA` POPOLARE
LE RADICI E IL FUTURO
Anche la pietà popolare può diventare veicolo educativo della tradizione cristiana. Lo dicono i Vescovi, che dedicano all’argomento un breve ma significativo paragrafo del documento «Educare alla vita buona del Vangelo», gli orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020.
«La pietà popolare – scrivono i vescovi – costituisce anche ai giorni nostri una dimensione rilevante della vita ecclesiale e può diventare veicolo educativo di valori della tradizione cristiana, riscoperti nel loro significato più autentico. Purificata da eventuali eccessi e da elementi estranei e rinnovata nei contenuti e nelle forme, permette di raggiungere con l’annuncio tante persone che altrimenti resterebbero ai margini della vita ecclesiale. In essa devono risaltare la parola di Dio, la predicazione e la catechesi, la preghiera e i sacramenti dell’Eucaristia e della riconciliazione e, non ultimo, l’impegno per la carità verso i poveri».
La pietà popolare è stata per decenni come un fiume carsico, un corso d’acqua mai esauritosi ma costretto spesso a scorrere al di sotto della quotidiana vita ecclesiale. Guardata con sospetto da certa “intellighenzia” postconciliare, così concentrata a “purificare” tutto da rischiare spesso di gettare – come si suol dire – anche il bambino con l’acqua sporca. Scriveva Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Vicesimus Quintus Annus”: la “pietà popolare non può essere né ignorata, né trattata con indifferenza o disprezzo, perché è ricca di valori, e già di per sé esprime l’atteggiamento religioso di fronte a Dio”. Certo, aggiungeva, essa “ha bisogno di essere di continuo evangelizzata, affinché la fede, che esprime, divenga un atto sempre più maturo ed autentico”.
Successivamente la Santa Sede ha pubblicato un Direttorio sulla pietà popolare in rapporto alla liturgia, notando come vi siano atteggiamenti contrastanti, come ad esempio l’abbandono “manifesto e sbrigativo di forme di pietà ereditate dal passato, lasciando vuoti non sempre colmabili”, l’”esigenza di salvaguardare le ricchezze della pietà popolare, espressione del sentire profondo maturato dai credenti in un dato spazio e tempo”, ma anche l’attaccamento “a modi imperfetti o errati di devozione, che allontanano dalla genuina rivelazione biblica e sono in concorrenza con l’economia sacramentale”.
In questo contesto si può comprendere meglio la valenza educativa della pietà popolare. Innanzitutto è una forma di religiosità che spesso attrae persone “borderline”, talvolta estranee ai normali circuiti della vita delle parrocchie. I santuari, com’è noto, non conoscono crisi di frequenza alle celebrazioni eucaristiche e di confessioni. Ma al di là di questo, si tratta di una devozione profondamente radicata nella storia e nella tradizione del popolo, legata inscindibilmente a un determinato territorio, elemento identitario condiviso di una comunità, tessuto connettivo tra le generazioni. Basta rileggere le memorie degli ultimi pontefici per trovare episodi legati alla pietà popolare che hanno segnato la loro infanzia, come ad esempio la grande impressione del piccolo Karol Wojtyla quando il padre lo portò per la prima volta a partecipare alla rappresentazione della Passione.
Chi scrive ha un ricordo bellissimo della pratica del Rosario itinerante nel mese di maggio per i quartieri della parrocchia della cittadina in cui viveva: si pregava nel cortile della casa dove per tutto il giorno aveva stazionato l’icona mariana, poi ci si metteva in cammino proseguendo la preghiera e cantando verso la nuova casa che l’avrebbe accolta nelle successive ventiquattr’ore. Si cenava più presto del solito per arrivare in tempo, e poi, finito il Rosario, che per un mese strappava moltissimi dall’appuntamento serale con la Tv, si rimaneva insieme agli amici.
Recuperare queste devozioni – adeguatamente purificate – aiuta dunque a tramandare alle nuove generazioni, oltre all’essenziale della fede, anche un bagaglio di tradizioni che possono aiutare a ravvivare quella fede stessa e a rafforzare il senso di appartenenza a una comunità, al suo passato e dunque al suo futuro

Andrea Tornielli

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