Nel quarto capitolo degli Orientamenti Pastorali è disegnato un percorso che identifica, a partire da alcuni termini-chiave, dei punti di riferimento imprescindibili non solo per educare oggi, ma anche, più in generale, per poter comunicare.
Il primo è il mutato “contesto” esistenziale: un contesto in cui i media non sono più un accessorio opzionale, né semplici strumenti per comunicare qualcosa che li precede, ma una componente sempre attiva del nostro ambiente, che è ormai “ipermediale”: “Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dar forma alla realtà stessa. Essi intervengono in modo incisivo sull’esperienza delle persone, e permettono un ampliamento delle potenzialità umane. Dall’influsso più o meno consapevole che esercitano, dipende in buona misura la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo ” (n. 51).
Questo nuovo contesto è articolato e discontinuo: è fatto di dimensioni eterogenee, il reale e il virtuale, che nel loro intreccio (che non è, almeno per i nativi digitali, una contrapposizione) aumentano la complessità dell’esistenza ma anche le opportunità di conoscenza e relazione, e costituiscono una nuova e stimolante sfida alla nostra capacità di tenere insieme e dare un senso unitario all’esperienza.
Il secondo aspetto riguarda la via da seguire per “abitare” questo nuovo spazio in maniera pienamente umana. E’ una parola-chiave, che emerge in molti punti del documento: “alleanza”. In un mondo dove le spinte iperindividualistiche e la complessità crescente hanno indebolito e sfilacciato i contesti di relazione, aumentando le disuguaglianze e le contrapposizioni, diventa più che mai necessario rifondare su nuove basi il legame interumano. L’alleanza si riferisce appunto al “legare insieme con un patto”; in una situazione complessa, il legame non è un vincolo che limita la libertà, ma una risorsa che la rende possibile. Alleanza è un legame che unisce e che offre un vantaggio alle diverse parti in causa. Ma a ben guardare è molto più che un vantaggio: è un’occasione di gratuità, di comunione; è la capacità, come scrive Varillon, di allestire uno spazio per lo scambio di doni, trasformando la “connessione” in comunione. “Superare i confini e allacciare alleanze” è il compito che ci aspetta.
L’alleanza è oggi quanto mai necessaria, in tutti gli ambiti, ma è fondamentale soprattutto per l‘educazione, che non può più essere un processo unidirezionale di trasmissione, ma, appunto, un’alleanza in cui tutte le parti coinvolte danno e ricevono, lasciandosi trasformare dall’incontro. E’ evidente, oggi, la necessità di una “alleanza intergenerazionale”: i giovani possiedono i linguaggi e le competenze per muoversi velocemente nel nuovo ambiente ipermediale, sfruttandone pienamente le potenzialità; possono andare dove vogliono, ma spesso non sanno dove andare, come scegliere. Gli adulti, noi “immigrati digitali”, ci muoviamo molto più goffamente nel nuovo contesto e abbiamo bisogno di essere accompagnati alla scoperta delle opportunità che offre; d’altra parte, abbiamo l’esperienza, abbiamo visto il cambiamento e quindi possediamo un punto di osservazione non del tutto “immersivo” e appiattito sull’esistente; possiamo raccontare, aiutare a trovare criteri di discernimento. I giovani sanno navigare, gli adulti possono offrire le bussole, e insieme si può andare più lontano. A patto che gli adulti vincano le loro pigrizie, e accettino di entrare in una relazione educativa che non può che essere interattiva. Un vero educatore, scrive De Certeau, è colui che sa lasciarsi educare.
Una terza parola chiave riguarda il metodo, che non può che essere “ascolto”. L’educatore non è un “emittente”, gli educandi non sono “ricettori”. Come si legge nel messaggio del Santo Padre per la 45 Giornata Mondiale della comunicazione, “nel mondo digitale trasmettere informazioni vuol dire sempre più immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali”. Sempre meno trasmissione e sempre più condivisione: una dinamica che “ha contribuito a una rinnovata valutazione del comunicare, considerato innanzitutto come dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive”. La prima mossa dell’educatore non è dunque parlare, ma ascoltare, per poter intercettare i bisogni cui agganciare la propria azione; per accogliere l’altro e farlo sentire accolto; per poter poi dire una parola che risvegli entrambi alla libertà e alla responsabilità.
E, infine, l’obiettivo: “promuovere una nuova sintesi umanistica, un sapere che sia sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla fede” (n. 49). Chiara Giaccardi |