Un anno fa, all’inizio di febbraio, con una lunga intervista sulle pagine di “Le Monde”, il presidente del Comitato nazionale di bioetica francese, Didier Sicard, denunciava con forza l’uso eugenetico della diagnosi prenatale, la sua ormai conclamata funzione finalizzata “alla soppressione, non al trattamento” dei nascituri non rispondenti agli “standard qualitativi” attesi e, per questo, destinati a essere scartati come prodotti difettosi. La sortita di Sicard fece scalpore perché quel suo lucido “j’accuse” arrivava da un uomo di scienza che, in quanto tale, mostrava i danni, da lui considerati irreversibili, delle nozze perverse tra tecnologia e ideologia, e la lesione che ne derivava della comune nozione di umano.
Ancora prima di Sicard, nel 2005, c’era stato un noto esponente dell’intellighenzia di sinistra, il sociologo Luc Boltanski, che nel raccontare trent’anni di legge Veil in Francia (“La condition foetale”, Gallimard, tradotto in Italia da Feltrinelli nel 2007), respingeva la tentazione di “dimenticare” l’aborto, di relegarlo nell’irrilevanza, nella routine, nell’indifferenza. Operazione sempre meno possibile, scriveva Boltanski, ora che le tecniche di procreazione artificiale “esigono al contrario che sia stabilito uno ‘statuto dell’embrione’”.
Due personalità di laicità integrale ma non integralista, Sicard e Boltanski, dimostrano come anche nella Francia orgogliosa dei Lumi possano trovare cittadinanza nel dibattito pubblico, a opera dei cosiddetti pro choice, argomentazioni da sempre patrimonio del movimento pro life e tradizionalmente appartenenti al mondo dei credenti. Per via di ragione e di ragionevolezza, non di fede, che pure di ragione e ragionevolezza, come i credenti sanno, si nutre.
Qualcosa del genere accade anche in Italia, e non da oggi. La battaglia contro il referendum sulla legge 40 e contro una risibile e infondata idea di libertà femminile affidata ai manipolatori e selezionatori di embrioni in provetta, aveva visto saldarsi un’alleanza tra le ragioni di una parte del femminismo e quelle del mondo cattolico. La stessa alleanza, mentre continua a denunciare i pericoli di un distacco della generazione dai corpi e a rifiutare la nefasta ideologia del “gender”, combatte contro l’introduzione in Italia della pillola Ru486, veicolo di definitiva privatizzazione dell’atto abortivo, oltre che attentato alla salute delle donne. La stessa alleanza chiede inoltre che, a trent’anni dalla sua approvazione, della 194 si attuino davvero le parti sulla prevenzione dell’aborto, affidate fino a oggi a un manipolo di volontari.
La realtà dimostra che dove si rinuncia al muro contro muro può succedere davvero il meglio del meglio. Può succedere che il luogo che negli anni Settanta fu il simbolo della battaglia per l’aborto diventi lo spazio in cui si muovono i passi concreti in direzione di quella Grande Moratoria lanciata dal laico e non credente Giuliano Ferrara. Lo testimonia l’esperienza di Paola Bonzi, fondatrice del Centro di aiuto alla vita della clinica Mangiagalli di Milano, che è anche il primo ospedale in Italia ad aver adottato un protocollo interno che vieta il cosiddetto “aborto terapeutico” sopra la ventiduesima settimana, età gestazionale nella quale è possibile la sopravvivenza del feto. Quel protocollo interno è diventato regola da pochi giorni per tutti gli ospedali lombardi, e ci si attende ora che lo diventi in tutta Italia. E ci si attende anche che ci sia consenso unanime attorno a una grande iniziativa internazionale contro l’aborto selettivo delle bambine in India e in Cina e contro l’aborto di massa imposto dalla politiche antinataliste asiatiche.
Non c’è bisogno di essere credenti per vedere in quei fenomeni la negazione dell’umanità e la morte di ogni idea di libertà. Nicoletta Tiliacos |