Luglio 2010: La crisi raccontata dai giovani
30 Gennaio 2008
Eugenia Roccella
Onorevole, Pdl
Sottosegretario alla Salute
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Perché è impossibile una legge “giusta”
IL NEMICO E’ L’ABORTO
MAI LA DONNA

Si può gettare un ponte tra chi è a favore di una legge sull’aborto e chi è contro? Si può cercare un dialogo per superare la voragine di incomprensione aperta tra laici e cattolici negli anni Settanta, con l’approvazione della legge 194 e il referendum che è seguito? Forse si può - almeno in parte - se non si torna al clima di scontro frontale, di cecità nei confronti delle ragioni dell’altro, che ha caratterizzato quegli anni.

Le cose sono cambiate. Oggi non c’è soltanto la comune buona volontà di chi è disposto a lavorare insieme su un’intelligente e piena applicazione della legge, per far diminuire il più possibile il numero degli aborti. C’è lo sgomento di fronte alla manipolazione tecnoscientifica della vita e della nascita, che spariglia tutti i vecchi giochi; e  c’è una questione antropologica che adombra un inquietante futuro postumano. Tutto questo ha favorito una nuova alleanza tra i cattolici e quella parte del mondo laico che si preoccupa di arginare le minacce al significato dell’umano e ai suoi fondamenti. E’ un’alleanza preziosa per gli uni e gli altri, che ha già dato i suoi frutti nel nostro Paese, sia nel difendere la legge 40 sulla procreazione assistita (legge non certo di ispirazione cattolica), sia nel bloccare provvedimenti, come i Dico, tendenti a snaturare la famiglia.

Un ripensamento - che non vuol dire cambiare idea - è dunque necessario da entrambe le parti.

Bisogna partire da lontano, dalle norme che proibivano l’aborto come “delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe”: norme del Codice fascista, a tutela della razza e non della vita o dell’embrione. L’aborto, nonostante i divieti, esisteva, come esiste da sempre in tutto il mondo, dove è proibito e dove è legale. Nessuna legge, nessuna minaccia di pena ferma una donna disperata che voglia abortire, e che è disposta a rischiare la vita per farlo. Basta vedere il film del romeno Cristian Mungiu, che ha vinto a Cannes, per capirlo, con l’evidenza sconvolgente di un’inquadratura, e il racconto asciutto e durissimo di una vicenda di ordinaria tragicità. Esaminando i dati internazionali, si vede che non sempre una legge sull’interruzione di gravidanza “produce” più aborti: a volte li fa diminuire, a volte li fa aumentare, e non soltanto in relazione alla sua restrittività. La legge spagnola, per esempio, ha una casistica simile a quella polacca, eppure il numero degli aborti è vertiginosamente maggiore, e continua ad aumentare. Ma in Spagna non ci sono forme di prevenzione, e gli interventi abortivi sono affidati al 98% a strutture private che ci guadagnano, mentre in Polonia si investe moltissimo sull’accoglienza e l’aiuto alla maternità. Il nemico, infatti è l’aborto, non la donna. Quello che rende impossibile fare una legge “giusta” sull’aborto è l’inscindibilità del legame tra donna e figlio: non si può tutelare l’uno senza l’altra, non si può mettere i diritti dell’uno contro i diritti dell’altra.

La maternità - e l’aborto non è che il lato oscuro del materno - è un assurdo giuridico, è l’essere due in uno: non esiste legge che possa bilanciare due interessi contrapposti in un solo corpo. L’unica soluzione praticabile è evitare il più possibile di contrapporli. L’embrione non può vivere se non grazie all’accoglienza del corpo materno, che non è soltanto fisica ma coinvolge la donna nella sua interezza di persona. Una donna per accogliere deve essere accolta, ha detto Paola Bonzi, che dirige da vent’anni il Centro di Aiuto alla Vita dell’ospedale milanese Mangiagalli. E il cardinale Camillo Ruini, nella recente intervista alla trasmissione di Giuliano Ferrara, ha detto: “personalmente non uso la parola omicidio” perché la Chiesa “non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole”. Però, ha aggiunto, non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza, eufemismo che tende ad occultare la realtà e ad appannare la consapevolezza del gesto. Le parole sono pietre, e sceglierle, usarle con limpidezza, ma anche con compassione e cautela, è importante. Forse potremmo, tutti, cominciare raccogliendo la preziosa lezione del Cardinale.

Eugenia Roccella

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