La lunga transizione italiana sembra finalmente terminata. Le elezioni hanno modificato in modo drastico il panorama politico, e hanno funzionato anche da test per la riforma istituzionale, tracciando la via del bipartitismo; non è stato solo lo slogan del “voto utile” a spazzare via i piccoli partiti, ma una stanchezza profonda nei confronti del sistema di ricatti incrociati e di incapacità decisionale della politica. Un Paese impregnato di proporzionalismo, cresciuto nell’attaccamento identitario ai partiti, sembra essersi liberato del passato, adattandosi a uno schema più simile a quello delle altre nazioni europee.
Il voto del 13 aprile è stato illuminante, e gli elettori hanno dato al futuro governo indicazioni precise. La clamorosa vittoria del Pdl non è solo il frutto di un bilancio negativo del biennio di Prodi, ma una risposta consapevole a una situazione di emergenza e di crisi. Il Paese ha bisogno di un governo che possa incidere, scegliere, indirizzare, e che se ne assuma pienamente la responsabilità; gli elettori hanno sgombrato il terreno da ostacoli ma anche da giustificazioni, e hanno affidato le chiavi di casa a un leader e al suo schieramento.
L’uscita di scena della sinistra radicale ha vari significati. I temi su cui più si era spesa, e su cui aveva trovato una nuova coesione, sono stati quelli etici, gestiti con aggressività nei confronti del mondo cattolico, e nella presunzione di trovare un largo consenso nel Paese. Pensiamo al referendum sulla legge per la procreazione assistita, ai Dico, alla pesante sponsorizzazione della pillola abortiva (proprio alla vigilia delle elezioni il quotidiano di “Rifondazione” allegava un libretto sulla Ru486), al testamento biologico, e in genere alla cultura dell’anti-famiglia che è stata costantemente promossa. La sparizione dal Parlamento della sinistra Arcobaleno è un giudizio netto, che rimette la famiglia al primo posto nell’ordine delle priorità politiche e sociali, e conferma l’eccezionalismo italiano in questo campo. Aver confinato l’area radicale nell’ambito extraparlamentare è anche un invito indiretto a non aver paura della protesta di piazza, a non cedere di fronte al ricatto diffuso e continuo del popolo dei “no”.
Nel disastro dei piccoli partiti, l’Udc, pur isolata, ha retto. Anche di questa indicazione è necessario tenere conto: l’unica identità a cui gli elettori si sono rifiutati di rinunciare è quella che si richiama alla tradizione politica della Dc, al suo simbolo e alla sua storia. Il successo della Lega è interpretabile, oltre come l’espressione del disagio del Nord, anche come la richiesta di completare la riforma istituzionale. L’alleanza con il Movimento per le autonomie di Lombardo offre la possibilità di immaginare un federalismo che non sia vissuto come punitivo dal nostro meridione, ma che sia un’occasione di emancipazione e protagonismo. Al Pd veltroniano, che ha scelto di correre da solo (o quasi), va dato atto di aver compiuto un gesto coraggioso e orientato al bene del Paese, pur tra qualche incertezza e qualche opportunismo pre-elettorale.
Gli elettori hanno marginalizzato l’antipolitica (il calo di partecipazione di cui si è tanto parlato alla resa dei conti è stato minimo) e hanno fatto richieste di buona politica, ma soprattutto hanno creato agibilità per il futuro governo. Il nostro compito oggi è rispondere a questa domanda, con ampiezza di vedute e di comportamenti, aprendo le porte e tendendo la mano. Qualcuno ha ricordato che, dopo la grande vittoria del ’48, De Gasperi invece di chiudersi in una possibile autosufficienza, ha puntato su un atteggiamento inclusivo, e sulla capacità di dare fiducia al Paese. La situazione storica è molto diversa, ma le aspettative degli italiani sono simili. Le responsabilità che oggi il centrodestra si trova di fronte sono tali che la capacità di dialogo e un forte senso dello Stato sono assolutamente necessari. Già in questi primi giorni la volontà di dare prospettive a un Paese che il Censis ha definito “frantumato”, è bene si concretizzi in scelte che facciano intravedere una pacificazione e una rinascita. Eugenia Roccella |