Il principio di sussidiarietà è uno dei principi fondanti la Dottrina sociale della Chiesa, dalla Quadragesimo Anno (1931), fino alla recente enciclica di Benedetto XVI Deus Caritas est e costituisce, a nostro parere, la chiave per la soluzione di gran parte dei problemi sociali, economici e politici che affliggono la modernità.
La necessità di un modello diverso nasce dalla realtà di una società complessa e diversificata in cui emergono interessi stratificati ed esigenze sempre più qualificate.
Il principio afferma il primato della persona rispetto alla società e della società rispetto allo Stato, affinché ogni decisione attinente l’interesse generale sia presa al livello più vicino al cittadino.
Il principio è caratterizzato congiuntamente da una dimensione “negativa” (l’obbligo del governo di limitare il suo intervento nelle forme inferiori di organizzazione sociale) e da una “positiva” (il sostegno alla libera iniziativa dei singoli e delle realtà sociali).
Ciò che contraddistingue il principio di sussidiarietà è il fatto che l’auto-responsabilità e la competenza del singolo o del gruppo all’interno del contesto cui appartengono, non solo hanno il significato di una auto-responsabilità e di una competenza negli affari privati, ma al contempo influiscono decisamente anche sulla dimensione pubblica del bene comune.
Si tratta del principio guida per superare l’antinomia Stato-mercato che affligge la concezione della società oggi, ma non si riferisce solo ad un mero assetto istituzionale e organizzativo, bensì, fondandosi su una concezione antropologica positiva, pretende innanzitutto favorire l’espressività dell’uomo in quanto uomo e il ruolo di ogni soggetto sociale.
Come dice la Centesimus annus: «L’individuo oggi è spesso soffocato tra i due poli dello Stato e del mercato. […] mentre si dimentica che la convivenza tra gli uomini non è finalizzata né al mercato, né allo Stato, poiché possiede in se stessa un singolare valore che Stato e mercato devono servire» (n. 49). Parlare di sussidiarietà significa quindi riporre al centro dell’azione sociale, economica, politica un soggetto umano caratterizzato da una libertà capace di rapporto inteso non solo come indipendenza e capacità di scelta, ma anche come desiderio di bene e di relazione vissuta come bene.
Come afferma don Luigi Giussani nel suo intervento al Congresso della Democrazia Cristiana ad Assago nel 1987: “Quello che è fondamentale nell’uomo è quello che io chiamo desiderio. Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo. E allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro e che la Bibbia chiama globalmente “cuore”.” (L’io, il potere, le opere, p. 173).
Porre al centro della propria azione il desiderio di un significato ultimo per sé e per gli altri, significa riporre al centro dell’azione personale e sociale la gratuità: non solo nel senso dell’opera condotta senza fini di lucro, ma più profondamente come ricerca commossa del destino proprio e dell’altro nei rapporti sociali ed economici. Ma tale desiderio e gratuità vanno educati in realtà che li custodiscono e che sorreggono l’inevitabile caduta personale e sociale dell’uomo, che lo rimotivano al bene e che traducono il desiderio e la gratuità in obiettivi sociali economici politici, condivisi e diretti a un bene comune, non ipocritamente affermato. Sono i corpi intermedi, le aggregazioni sociali, i movimenti, il mondo associativo, cuore e motore della società, ricordati solennemente nell’Articolo 2 della Costituzione. Tali movimenti non rimangono nell’astratto.
In alternativa al controllo “statalista” dell’economia da parte del sistema politico e in alternativa all’idea “liberista” dell’economia come svolgimento “naturale” di forze indipendenti, nell’ambito dei corpi intermedi, nascono le opere, tentativi organici di risposta al bisogno mossi dal desiderio dell’uomo, da ideali condivisi e vissuti. Non è la semplice impresa mossa dal profitto individuale, dove l’ideale o la fede non c’entrano. Non è nemmeno il mercato “puro” che quasi sempre non volge verso la concorrenza, ma verso oligopoli e monopoli pubblici e privati.
E’ un sistema economico e sociale dove questi valori cacciati via da un’economia darwinista tornano a modellare, guidare e cambiare l’agire personale e collettivo. Giorgio Vittadini |