Settembre 2010:
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Il Corriere della Sera 19 Luglio 2010

di Piero Ostellino
L`assenza politica del Pd

IL PARTITO CHE NON C`E`

L’aspetto preoccupante della crisi che sta attraversando il Paese è (soprattutto) culturale. Un esempio ne è «la scomparsa del Partito democratico». Da New York, Bersani consiglia a Berlusconi di «riposarsi». Ma se questo è tutto quello che riesce a dire il capo dell’opposizione tanto varrebbe interpellare il primo che passa per strada. Eppure i «casi» sui quali il Pd potrebbe esercitare una funzione di credibile alternativa di governo, più che di generica opposizione, non mancano. Ne faccio due.

Uno è il conflitto dentro la maggioranza sulla manovra economica. Sotto la pressione dell’esigenza di rimettere in sesto i conti pubblici, il ministro dell’Economia ha eluso quella mediazione con gli interessi organizzati che fa tutta la differenza fra politica e ragioneria. Un conto era contemperare le molteplici esigenze dei soggetti sociali e istituzionali coinvolti con quelle di bilancio, un altro è stato ignorarle. Senza assecondare richieste di spesa da parte soprattutto delle Regioni meno virtuose, il Pd avrebbe dovuto individuare, e proporre, una realistica via di mezzo fra sviluppo e rigorismo. Né dovrebbe tacere sulle norme in violazione dei diritti soggettivi contenute nella stessa manovra, come la «fattura telematica» che trasforma gli esercenti in delatori dei loro clienti.

Un secondo caso è il rapporto fra Giustizia, governo, opinione pubblica. L’assenza di «nostri modelli giuridici» — per ricostruire e definire «il reticolo criminale da cui si origina uno scambio di favori e privilegi», la cosiddetta P3 — e la conseguente necessità della magistratura di «ricorrere a reati associativi» (procuratore antimafia, Piero Grasso), si prestano a ben quattro interpretazioni. Prima: per Berlusconi sarebbero (solo) un tentativo della magistratura di «incastrarlo». Seconda: sempre per Berlusconi, consentirebbero alla magistratura una discrezionalità volta (solo) a produrre «un ribaltone politico». Terza: per alcuni studiosi, indurrebbero il legislatore a produrre, via, via, sempre più numerose norme «estensive» (come l’associazione esterna di stampo mafioso). Quarta: nei resoconti dei media, gli «incontri per esercitare pressioni e scambiarsi favori» parrebbero prefigurare già un reato, col risultato di ingenerare confusione nell’opinione pubblica e di alimentarne l’anti-politica.

Che la magistratura ricorra a «reati associativi» — non sapendo che pesci pigliare di fronte alla supposta P3 (che apre comunque scenari preoccupanti sul potere di comitati d’affari e pressione) — è comprensibile, ma discutibile. Il nostro ordinamento prevede solo in campo civilistico, non penale, l’estensione logico-analogica ad altre fattispecie, quando un comportamento sfugga a una rigida qualificazione giuridica, sulla base dei principi generali dello stesso Ordinamento. Se non lo fa il centrodestra, sarebbe utile che il Pd riconfigurasse su rigorose basi giuridiche la lotta alla corruzione in politica e i rapporti fra società civile e criminalità dove questa detta legge per assenza di Stato.

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