Interrogata, nel corso di un’intervista, se avesse intenzione di risposarsi, Martha Nussbaum – tra le filosofe più in voga del momento e non solo negli Usa – elude la domanda, trasformando la risposta in un’indicazione ideologica: qualora tornasse a sposarsi, essa ci dice, cercherebbe di non perdere la consapevolezza di usufruire in tal modo di un «privilegio», negato alle coppie formate da persone dello stesso sesso.
Ciò che è rilevante in questa risposta non è l’evidente apertura al matrimonio tra omosessuali, ma l’argomento addotto per tale apertura: ritenere il matrimonio eterosessuale un privilegio, che, come tutti i privilegi, andrebbe rimosso, estendendo i benefici di questo istituto a tutti coloro che ne sono esclusi. Ora, che i privilegi siano sempre odiosi e vadano combattuti, va da sé ed è inutile insistere su questo punto. Meno inutile, forse, è ricordare ciò che la Nussbaum sembra aver dimenticato e cioè che i privilegi si combattono non solo estendendoli a chi non ne fruisca, ma anche, ben più semplicemente, abolendoli (come è avvenuto ad esempio in Italia quando quelle antichissime forme di privilegio che si sostanziavano nei titoli nobiliari vennero abolite dalla nuova Costituzione repubblicana).
Se il matrimonio, paradossalmente, venisse abolito (o se se ne cancellasse il rilievo pubblico), gli omosessuali non avrebbe più nulla di che dolersi e quindi più nulla da rivendicare. Ma il vero cuore della questione non è nemmeno questo. Sta, piuttosto, nel fatto stesso che la Nussbaum qualifichi come privilegio il matrimonio eterosessuale. Qui i conti non tornano.
Per ritenere che lo status coniugale costituisca un indebito privilegio a favore degli eterosessuali bisogna infatti ipotizzare che dal matrimonio scaturiscano per i coniugi vantaggi e utili sociali tali da discriminare coloro che dal matrimonio sono esclusi, come appunto gli omosessuali. La verità sta piuttosto nel contrario: è nei confronti dei coniugi che la legislazione moderna in tema di diritto di famiglia tende a mostrare un volto di assoluto rigore, soprattutto quando il matrimonio va in crisi e bisogna regolare le micidiali pendenze economiche e sociali che nascono dal divorzio. Se così non fosse, non si spiegherebbe il dilagare delle convivenze di fatto e la vistosa `dematrimonializzazione` che caratterizza tutti i Paesi occidentali.
In realtà, ciò che gli omosessuali richiedono non è di poter godere di vantaggi e utili sociali, cioè di una serie di ipotetici privilegi oggi loro negati, ma di uno statuto simbolico, avvalorato pubblicamente dal diritto dello Stato.
Ora, lo Stato non esiste per venire incontro alle esigenze simboliche dei cittadini. Quando le soddisfa è solo perché queste esigenze simboliche corrispondono a esigenze oggettive del bene comune. Così, ad esempio, si può ritenere giusto che una laurea abbia un riconoscimento pubblico (cioè un valore legale), ma non per soddisfare il narcisismo dei laureati, bensì per garantire la società in merito alle specifiche competenze di chi svolga un’attività professionale. Se un uomo e una donna, sposandosi, acquistano il titolo simbolico di coniugi è perché lo Stato ritiene (e ha sempre riconosciuto) lodevole e meritevole di rilievo pubblico non tanto un qualsiasi rapporto affettivo, per quanto intenso, ma lo specifico impegno familiare, procreativo, reciproco e incondizionato di un uomo e di una donna, perché è solo su questo impegno che si fonda l’ordine delle generazioni – e fino ad oggi non si è mai riusciti a dimostrare il contrario.
Nessuno vuol sostenere che ciò che manca al rapporto tra omosessuali sia l’autenticità dei sentimenti (che peraltro può benissimo essere carente anche nel matrimonio eterosessuale): ciò che gli manca è un’obiettiva rilevanza sociale e generazionale. Che questo venga sempre meno capito al giorno d’oggi, anche da parte di un’intellettuale raffinata come Martha Nussbaum, è un segno non piccolo della crisi antropologica della modernità. |