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Il Messaggero 29 Luglio 2010

di Romano Prodi

MERCATO E STATO
LA SFIDA DEL RILANCIO SI GIOCA IN DUE
Anche negli ultimi giorni si continua a dibattere se siamo davvero usciti dalla crisi. E questa discussione andrà avanti ancora per un bel pezzo, perché quel poco di ripresa clic c`è è ancora incerto, varia da settore a settore e non offre alcun segno di venire incontro alla caduta dell`occupazione, che è la conseguenza pi seria e permanente della crisi economica.

Per questo motivo vorrei sottrarmi al difficile ma affascinante esercizio di fare previsioni per il futuro è riflettere sulle cose certe, sugli inevitabili cambiamenti della nostra economia e sulle decisioni da prendere, sperando che nelle prossime ore si materializzi finalmente un ministro dello Sviluppo in wado. per capacità tecniche e per indipendenza di giudizio. di accompaguare e guidare la necessaria trasformazione delle nostre strutture produttive.

La conseguenza (questa davvero indubitabile) della crisi è infatti la necessità di una trasformazione completa del nostro sistema produttivo, trasformazione che non pu essere compiuta solo dal mercato o solo dallo Stato. Come è stato autorevolmente affermato in un recente dibattito, la crisi sta mettendo ancora pi in rilievo che l`essenza dello sviluppo economico è la trasformazione strutturale, l`ascesa cioè di nuove industrie e di nuovi modi di produrre rispetto a quelli tradizionali e che qnesto non è un processo facile e non è un processo automatico. Esso richiede la convergenza di forze di mercato e di un robusto supporto governativo. Se il governo è troppo oppressivo, esso stronca l`imprenditorialità privata. Se esso è troppo distaccato, i mercati continuano a fare ci che essi sanno fare al meglio, confinando il Paese alla sua specializzazione in prodotti tradizionali e settori a bassa produttività.

Il nuovo ministro dello Sviluppo ha sul suo tavolo proprio questo gande compito, di aiutare le trasformazioni strutturali del nostro Paese, mobilitando imprese e governo.

Lo dovrà fare in fretta, sapendo che dobbiamo contare principalmente sull`industria non solo perché siamo ancora il quinto Paese delmondo perproduzioneindustriale assoluta e il secondo del mondo (dopo la Germania) per produzione industriale pro-capite, ma anche perché la nostrapresenza nel terziario è molto pi debole ed esige trasformazioni ancora pi difficili.

Il primo riferimento della politica industriale dovrà essere naturalmente il mondo delle Piccole e Medie Imprese, dormnanti per importanza in Italia, sia all`interno che al di fuori dei distretti industriali. Le direzioni nelle quali agire e gettare ogui aiuto e ogui incentivo sono ormai molto chiare e cioè la Ricercaelo Sviluppo, il trasferimento tecnologico, la presenza nei mercati esteri (soprattutto quelli nuovi) la crescita dimensionale e l`in- nalzamento della qualità del capitale umano.

Le nostre imprese hanno infatti una percentuale di ricercatori e di laureati nettamente inferiore a quella dei Paesi direttamente a noi concorrenti e sono troppo piccole per innovare ed essere presenti nei mercati esteri.

Vorrei perc che il primo colloquio del nuovo ministro fosse con il suo collega responsabilé dell`Istruzione per capire e fare capire come la moltiplicazione della conoscenza tecnica a tutti i liveffi sia il requisito primario del nostro futuro sviluppo. La scuola tecnica non pu pi essere considerata marginale o residuale come avviene oggi.. Anche se è certo che noi viviamo e vivremo al livello della nostra competenza tecnica, non mi sembra che questa realtà sia oggi una priorità né nel mondo politico, nè in quello imprenditoriale o sindacale.

Non mi sembra né giusto nè utile che quando si parla di decisioni per il futuro delle nostre imprese il discorso si fermi sempre alle .pur importantissime condizioni di contesto , come la Pubblica amministrazione, te infrastrutture e le banche. Una seria politica industriale deve lavorare non solo sul contesto ma sull`innalzamento delle risorse umane e del modo di operare delle imprese.

Nell`ufficio ancora deserto del ministro vi è tuttavia qualcosa che riguarda una grande impresa, cioè il dossier Fiat. Finora tale dossier è stato trattato solo nei suoi pur importantissimi aspetti sociali ma esso cade in pieno nel capitolo delle trasformazioni strutturali come obiettivo essenziale della nostra economia, E, cioè, compito del governo (come lo hanno fatto negli Stati Uniti, in Francia e in Gennania) mettere attorno allo stesso tavolo sindacati e imprese per raggiungere gli obiettivi di flessibilità e innovazione che sono oggi indispensabili per operare nel mercato automobilistico internazionale. Come hanno dimostrato le esperienze degli altri Paesi, questo è un compito estremamente difficile ma se, come è avvenuto fmo ad ora, ci si sottrae ad esso, la partita è certamente perduta. Mi auguro quindi che il nuovo ministro arrivi in fretta e si metta subito al lavoro. E, soprattutto, gli auguro buon lavoro.

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