Più che di un divorzio politico, ha l`aria di un licenziamento. Il modo brutale col quale Silvio Berlusconi espelle di fatto Gianfranco Fini dal Pdl riflette la concezione che il Cavaliere ha del partito; e la miscela di spavalderia, rabbia e ingenuità con la quale quattro mesi fa il presidente della Camera ha contestato in pubblico la leadership berlusconiana. Ma l`aspetto più insidioso della frattura che si è consumata dopo sedici anni di alleanza tra fondatore e cofondatore del Popolo della libertà non è tanto politico: è istituzionale.
Il documento approvato ieri sera dall`Ufficio di presidenza promette una guerra in due tempi. La prima, forse, è già stata vinta dal capo del governo. L`altra, più insidiosa, comincia oggi e punta a far dimettere Fini dalla presidenza della Camera. Sostenere che viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia della terza carica dello Stato significa assediarla e delegittimarla: tanto più che ad eleggerlo nel 2008 è stato il solo centrodestra, senza l`appoggio dell`opposizione. Sul piano istituzionale non esistono strumenti per costringerlo a lasciare; e questo è un problema per Berlusconi. Tra l`altro, esiste il precedente della leghista Irene Pivetti, che nel 1994 rimase al suo posto anche dopo la rottura fra Berlusconi, per la prima volta alla guida di un governo, e Umberto Bossi. Ma si trattava di un altro centrodestra e di un`altra fase politica.
La scomunica decisa ieri sera indebolisce Fini oggettivamente. Lo espone a un`offensiva parlamentare e a una campagna di fango della quale si vedono già le prime tracce. E soprattutto mette in tensione i rapporti fra le istituzioni, che finora sono stati almeno diplomatizzati. Per questo la rottura contiene un`insidia per l`intero sistema. Fa temere una sorta di «Vietnam del centrodestra» che nei prossimi mesi potrebbe propagarsi ai vertici dello Stato; e di qui a neppure un anno spezzare in anticipo la legislatura. Berlusconi, e con lui Bossi, sembrano sicuri di poter andare avanti anche perdendo uno dei pezzi pregiati della coalizione. Numericamente la maggioranza ha i margini per farlo. E la durezza del comunicato anche sui tre «finiani» più critici col premier, è una rivendicazione di forza politica. In più, Berlusconi «salva» i ministri vicini al presidente della Camera, puntando al suo isolamento.
Non è chiaro se e quanto Fini si sia reso conto di quanto stava facendo e delle conseguenze che avrebbe provocato. Ma ora non può che giocare di rimessa, giurando lealtà al governo anche se si spezza il filo col Pdl. Il problema è che Palazzo Chigi ostenta nei suoi confronti un`indifferenza totale: come se fosse di colpo un estraneo. È il riflesso di un centrodestra insieme forte e destabilizzato ad appena due anni dalla vittoria; e Berlusconi e Bossi dovranno spiegare perché. Il comportamento di Fini è un elemento, ma non basta. E sarebbe inaccettabile far pagare al Paese un conflitto che ha i contorni di una viscerale resa dei conti interna |