Fortunato il Paese in cui la libertà di coscienza è un bene non negoziabile
Fortunato il Parlamento in cui la libertà di coscienza guida gli eletti dal popolo.
Fortunato il Popolo che sa porre la libertà di coscienza al centro del dibattito pubblico.
Se un merito può essere attribuito alla tormentata vicenda del decreto sicurezza che ha visto vacillare il governo al Senato, a causa delle resistenze messe in campo da parlamentari di matrice cattolica, è certamente quello di aver rilanciato un serio dibattito sul rapporto fra la coscienza individuale e le scelte politiche e partitiche.
Ma procediamo con ordine, facendo chiarezza sui termini effettivi dell’accaduto. Il casus belli era legato all’introduzione surrettizia di un emendamento che, nel condannare ogni tipo di discriminazione, introduceva anche il concetto di “genere”. In realtà la formulazione del testo faceva presagire anche la possibilità di perseguire eventuali reati di opinione legati ad un semplice dissenso rispetto alla pratica del “genere”. L’esempio più volte evocato: se un sacerdote o un laico si dichiarano contrari al matrimonio omosessuale o all’adozione da parte di coppie gay, sulla base di quel testo di legge potrebbero essere perseguiti per il reato di discriminazione, con il rischio anche di una severa condanna penale. Non solo, quella norma potrebbe essere invocata per ottenere una sentenza “antidiscriminazione” in casi particolari, quale quello dell’esclusione di una coppia gay dall’adozione.
Di qui l’opposizione espressa in Senato da parlamentari di ispirazione cattolica, e da ampi settori dell’opinione pubblica italiana. Tutti contrari ad un meccanismo che vorrebbe individuare e perseguire un reato di opinione, mettendo così a repentaglio non solo la predicazione morale, ma anche più in generale la libertà d’opinione. Tutt’altro che una indisponibilità a perseguire, anche severamente, le discriminazioni contro gli omosessuali, ai quali va garantito, in quanto persone, il rispetto assoluto.
Sgombrato il campo dagli equivoci, dalle insinuazioni, e dalle strumentalizzazioni, restano però gli interrogativi. E sono tanti, ai quali cercheremo di rispondere con una serie di riflessioni che ospitiamo nel nostro sito, tutte convergenti su un punto: la libertà di coscienza è un bene che va salvaguardato perché da essa dipende anche la qualità della nostra democrazia. Da questa premessa scaturiscono gli interrogativi più delicati che interpellano sia la società politica sia la società civile. Sarebbe infatti irresponsabile non prendere atto che il futuro sarà segnato dalla necessità di confrontarsi con le questioni eticamente sensibili, sempre più messe in discussione dalle tecnoscienze. E per le quali si vorrebbero ampliare i margini della cosiddetta biopolitica. Costruendo così un complesso di regole e di vincoli sempre più dettati dagli interessi legati alla ricerca scientifica e alle sue ricadute di mercato.
Le domande principali riguardano dunque il rapporto fra coscienza e libertà personale; le procedure di formazione del consenso politico attorno ad un programma che voglia affrontare le questioni eticamente sensibili; il rapporto fra il singolo parlamentare, la formazione politica in cui esso milita e l’eventuale coalizione a cui appartiene. Tutto, dunque, fuorché le semplificazioni di un chiacchiericcio che nulla ha a che fare con un severo dibattito pubblico.
Con un interrogativo di fondo: sulle questioni eticamente sensibili (vita, famiglia, libertà di educazione) si può procedere a colpi di maggioranza, vincolando peraltro le coscienze dei singoli parlamentari? Ed ancora: dobbiamo consentire la costruzione di un bipolarismo etico e comprimere la libertà di coscienza del singolo legislatore? Per la qualità della nostra democrazia, sono rischi che non possiamo e non dobbiamo correre. Domenico Delle Foglie |