C’è un modo tutto italiano di affrontare anche i passaggi più delicati della vita pubblica che ondeggia sistematicamente tra i palpiti dell’emozione e i calcoli del cinismo. Eppure ci sono questioni, quelle che investono la vita e la morte, che per la loro profondità antropologica mal si acconciano ai clamori come ai silenzi malmostosi. E’ questo certamente il caso dell’aborto e della legge 194.
Nel dare atto a Giuliano Ferrara, autodefinitosi ateo devoto, di condurre una battaglia (la moratoria universale sull’aborto) culturalmente giusta e civilmente progressista, volgiamo anche lo sguardo all’indietro e magari ricordiamo le sconfitte di ieri per farne tesoro per l’oggi e per il domani. Perché solo attraverso un’analisi accurata - e pure severa - dei nostri limiti di ieri, possiamo scegliere le parole e i toni giusti, imboccare la strada che ci porta al traguardo senza compromessi indigeribili, costruire quel consenso popolare che è il viatico indispensabile per le trasformazioni vere e durature in una società profondamente democratica.
Ecco le condizioni, a nostro parere insuperabili, nella battaglia culturale contro l’aborto. Innanzitutto occorre distinguere l’errore dall’errante. E’ una vecchia lezione della Chiesa conciliare che non abbiamo alcuna voglia di dismettere poiché riflette un principio di carità che non ha, come a qualcuno può apparire, una dimensione consolatoria né tantomeno assolutoria. Essa contiene, invece, lo slancio per decifrare e comprendere il disagio che l’aborto denuncia. Solo da questa precomprensione può nascere una soluzione propriamente umana ad un dramma come quello della gravidanza interrotta per scelta.
Odieremo dunque l’errore ma ameremo l’errante. In primo luogo le donne, sulle quali per un eccesso di protagonismo, e per il combinato composto del rivendicazionismo femminista e della progressiva deresponsabilizzazione del partner, si è finito per addossare tutto il peso di una scelta orribile: una scelta talvolta percepita come inevitabile. Proprio in virtù di questo amore per le donne e per la fiducia che nutriamo nella loro intelligenza e nella loro umanità, questo numero di “piùvoce” dà spazio solo all’universo femminile. Quattro opinioniste ci aiutano, infatti, ad andare al cuore del problema.
In secondo luogo, occorre ricondurre il dibattito sulla legge 194 dentro l’orbita di un pensiero condiviso. E per far questo è assolutamente necessario che da parte di tutti si faccia uno sforzo per non ridurlo ad una prova muscolare. E’ necessario, invece, rimettere in gioco i cardini della vita comune, a partire dalla nozione di diritto applicata alle questioni del vivere e del morire. L’aborto, pur in presenza di una legge dello Stato che lo consente, non è un diritto. Tanto meno un diritto umano come qualcuno pure si azzarda ad affermare. Ma anche su questo punto delicatissimo va costruito un consenso ampio e maggioritario. Dunque, nessun diritto all’aborto, ma solo un’opzione (sempre dolorosissima) consentita da una legge dello Stato. Come tutte le leggi, sempre emendabile.
In terzo luogo, va avviata una campagna perché soprattutto i ragazzi e le ragazze (sottolineo i ragazzi) si riapproprino, non in chiave ideologica ma squisitamente antropologica, della maternità e della paternità responsabili. Su questo fronte grande è la responsabilità, che non va taciuta, di tutte le agenzie educative. E la si smetta, una volta per tutte, di scandalizzarsi a giorni alterni per i comportamenti giovanili e di disinteressarsi quotidianamente della loro vita. E’ questa la massima rappresentazione di quell’ipocrisia alla quale un’intera generazione di genitori post e tardo sessantottini sta ancora pagando un prezzo altissimo. Dunque, un bagno di verità per genitori e figli, giovani e adulti.
Infine le responsabilità della politica alla quale non si chiede di rovesciare il mondo, ma almeno di ridurre il danno provocato da chi non ha applicato, in tutte le sue parti, la legge che c’è. A cominciare da quella invocata prevenzione che dovrebbe consentire a tante donne di fermare le lancette prima di scegliere l’aborto, perché un’altra soluzione è possibile. La politica cominci a costruirle ed ad offrirle queste nuove opportunità, non foss’altro perché questo malandato Paese soffre di una crisi demografica che alla lunga tutti saremo chiamati, senza sconti, a pagare.
Per concludere, anche noi siamo pronti alla battaglia culturale per cancellare l’aborto dall’orizzonte dell’umano. Ma armati di realismo e di carità. In questa prospettiva facciamo nostre le parole del cardinale Camillo Ruini, quando sostiene che la “legge 194 è intrinsecamente cattiva perché autorizza l’uccisione di un essere umano. Ma non incitiamo alla rivolta”.
Piuttosto ci acconciamo ad una lunga sfida culturale. Perché il superamento dell’aborto è roba per maratoneti, non per velocisti. Domenico Delle Foglie |