Volendo dar retta al professor Gustavo Zagrebelsky, ineffabile giurista, non dovremmo neanche provarci. Eppure non riusciamo a sottrarci alla sfida: riflettere sul rapporto fra Valori e Democrazia.
Solo pochi giorni fa, dalle colonne di “Repubblica”, il professore ci metteva in guardia dall’utilizzo dei Valori sulla scena pubblica e ci invitava a servirci della categoria dei Principi. Proviamo a riassumere la sua declinazione.
Valori: beni assoluti di tale importanza da rendere indifferenti i mezzi con cui si raggiungono. La guerra per ottenere la pace, gli stermini in nome della libertà, eccetera.
Principi: regole alle quali attenersi qualunque cosa si faccia. Se si scontrano due principi è inevitabile una soluzione che in qualche modo rispetti tutti.
In sostanza la scelta dei valori, se trasportata sulla scena pubblica e dunque nel vivo della fornace sociale e politica, è - a suo avviso - l’anticamera dello scontro dal quale tutti escono sconfitti perché comunque destinati, a prescindere da chi vinca, alla scontro violento. Mentre la lotta in base ai principi avrebbe come esito la valutazione dei diritti di ciascuna delle parti in causa, con l’inevitabile compromesso o comunque con un rispetto maggiore per l’avversario di turno.
E a sostegno di questo scenario il professore aggiunge: “ Il ragionare per valori è compatibile, anzi esige leggi tassative: tutto o niente, bianco o nero, lecito o illecito, vietato o permesso. Il ragionare per principi spesso induce la legge a fermarsi prima, rinunciare alle regole generali e astratte e a rimettere la decisione ultima alla decisione responsabile di chi opera nel caso concreto”.
Non vi nascondiamo il disagio che quest’analisi ha suscitato. Abituati come siamo stati in questi anni, ad assumere i valori come strumenti per discernere a fondo la realtà che ci sta attorno, facciamo davvero fatica a comprendere. Dove avremmo sbagliato noi cattolici? La domanda è molto seria soprattutto se rapportata all’irruzione dell’islamismo (con la sua sfida alle democrazie) e all’affermarsi prepotente della religione nella scena pubblica dell’Occidente.
Di sicuro va detto che i cattolici italiani, nel loro complesso, hanno perfettamente digerito la lezione democratica. Anzi, dopo la durissima parentesi del fascismo, hanno certamente contribuito con posizioni di assoluta responsabilità alla costruzione dell’impalcatura democratica dello Stato. Di più, hanno costruito i corpi intermedi, hanno vivificato il sociale in mille forme, sino all’abbastanza recente esplosione del volontariato, di cui sono stati, e sono, protagonisti di primo piano.
Fa specie, dunque, sentirsi chiamati in causa come i sostenitori di valori che portano in sé i germi della discordia, della divisione, dello scontro sociale. A dire il vero, abbiamo sino ad oggi coltivato l’ambizione di calcare la scena pubblica proprio con quei valori di riferimento che scaturiscono direttamente dall’antropologia cristiana, facendo discendere da essi un giudizio sul presente e un impegno a ricostruire il bene comune. Certo, non potevamo immaginare che difendere la vita umana (dal concepimento alla morte naturale), la famiglia e la libertà di educazione potessero esporci al rischio dello scontro irriducibile con il mondo laico. Non l’abbiamo voluto e non lo vogliamo.
Ma ci chiediamo: il professor Zagrebelsky a chi parla? Se si rivolge ai cattolici italiani forse ha sbagliato indirizzo. Noi siamo quelli che ci inchiniamo sempre dinanzi alle leggi dello Stato, anche quelle che non condividiamo e abbiamo osteggiato. Vale per tutti proprio l’esempio della legge 194: approvata trent’anni fa contro il parere dei cattolici che a quel tempo calcavano la scena pubblica. Una legge che abbiamo subìto per trent’anni, dedicandoci poi alla prevenzione in perfetta solitudine. Mentre gli altri, i laicisti in servizio permanente effettivo, occupavano militarmente i consultori riducendoli a sportelli per le certificazioni abortiste.
Di sicuro, e questo vale anche per il futuro immediato, in nome della nostra antropologia di riferimento, noi non possiamo contribuire alla costruzione di leggi che contraddicano i nostri valori. Agli altri l’onere di costruire le maggioranze necessarie. E’ la regola principe della democrazia che noi pratichiamo e alla quale tutti dovrebbero appellarsi. Non possiamo condividere la costruzione di artificiose gabbie giuridiche in base alle quali, dinanzi a due principi in contrasto, tutto si compone nella scelta individuale. Questo schema, professore, vale anche per l’eutanasia?
Noi, nel nostro piccolo, non ci stiamo. Piuttosto, ci serviamo onestamente degli strumenti della democrazia che tutto può temere, tranne la forza dei nostri valori. Sempre al servizio del bene comune e di ogni singola persona. Domenico Delle Foglie |