Mentre noi scriviamo e voi leggete, Eluana Englaro ha già cominciato a morire. Anzi, per essere più onesti, Eluana è già morta nell’immaginario collettivo alle 17.27 del 13 novembre, quando sui terminali è apparso il primo dispaccio delle agenzie. L’Ansa Lombardia batteva il titolo: “Eluana: Cassazione, no a ricorso; stop alimentazione”.
Chi, come noi, ha sperato che la Suprema Corte, in un ultimo sussulto di precauzione e di rispetto per la vita, potesse fermare la condanna a morte di Eluana, ha dovuto inchinarsi a questo terribile esito che apre scenari inquietanti per le migliaia di Eluana che con il conforto delle famiglie, degli amici e delle comunità, continuano a vivere. Perché di vita si tratta, che qualcuno, dall’esterno, ritiene non sia degna di essere vissuta.
Ma il momento del dolore e dell’indignazione che pure accompagnerà la fine della giovane donna in stato vegetativo persistente, deve essere accompagnato dalla riflessione lucida e pensosa che vuole guardare al futuro come ad una pagina che è ancora tutta da scrivere. Lo dobbiamo a tutte le famiglie italiane che accudiscono una persona in coma o in stato vegetativo e che oggi hanno qualcosa in più da temere per i propri cari. Perché quando la sentenza di un giudice apre la strada alla morte di un essere umano in quelle condizioni, sovvertendo l’ordine naturale delle cose, ovvero contraddicendo il principio del “favor vitae” che ha guidato i nostri padri costituenti, allora qualcosa da temere c’è. Per sé e per i propri cari.
Ecco perché, se solo fino a qualche mese fa anche noi dubitavamo dell’esigenza di legiferare su una materia così delicata, oggi non abbiamo dubbi. Una legge si impone. Ma quale legge? E’ questo l’interrogativo principe al quale cercheremo di rispondere nell’approfondimento di “più voce” di novembre. Di sicuro non una legge qualunque, perché dopo trent’anni di 194, nessuna disciplina che affronti questioni eticamente sensibili, può essere costruita a cuor leggero. Anzi, dev’essere accompagnata da un formidabile dibattito pubblico. Al quale noi intendiamo partecipare innanzitutto per illuminare le nostre coscienze, ma anche quelle dei parlamentari che sono in prima linea.
Ma proprio la “lezione” della Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, quel suo sano trasversalismo che ha portato alla riduzione del danno, ci impone una scelta di campo. Qualcuno provocatoriamente ha chiesto: vogliamo costruire una “nuova” Legge 40 o una “vecchia” Legge 194? Noi non abbiamo dubbi che si debba tentare di ricostruire in Parlamento il clima propositivo e costruttivo che ha portato all’approvazione della Legge 40. Ma ora vogliamo aggiungere una riflessione più forte: noi non vogliamo rieditare una “vecchia” Legge 194, con le sue trappole, a partire dalla concessione dell’obiezione di coscienza ai medici che non volessero mettere in atto le disposizioni pronunciate dai soggetti (prima o dopo la malattia è ancora tutto da assodare). Tanto poi lo Stato deve garantire che qualcuno si faccia carico di “aiutare a morire” chi lo dovesse chiedere. E’ appena il caso di dire che questa si chiama eutanasia, come in tanti hanno denunciato dopo la sentenza della Cassazione.
Coltiviamo una certezza: non possiamo consentire a quei settori ciecamente libertari e consapevolmente illiberali (i due concetti convivono perfettamente nell’album di famiglia dei radicali italiani e dei loro attuali alleati e simpatizzanti, a destra come a sinistra) che vogliono chiudere il cerchio: dalla Legge 194 a quella sul testamento biologico. Se dovesse vincere il “partito” dell’autodeterminazione assoluta, quello cioè che non rispetta il soggetto nella sua dimensione “relazionale” – e cioè umana – allora il gioco sarà fatto. L’individuo, in solitudine, solo con se stesso, prima eliminerà la vita nascente e poi eliminerà, anticipandone l’esito, la vita più fragile che si avvia al tramonto. La chiamerebbero vittoria della libertà. Non possiamo assecondare questo furto della vita e della speranza. Costruiamo, piuttosto, una legge sul “fine vita”. Con chi la vita la ama e la vuole tutelare. Sempre. Anche e soprattutto quando è al suo massimo grado di fragilità. Domenico Delle Foglie |