“Forse che l’uomo non ci interessa?”. In questa domanda retorica di Benedetto XVI (Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2006) che ha in sé la forza dell’asserzione, c’è la migliore risposta ad ogni accusa di ingerenza rivolta alla Chiesa da quanti si sorprendono che essa abbia ancora qualcosa da dire all’uomo contemporaneo e alle comunità degli uomini moderni, siano esse Stati, organizzazioni di vario livello, associazioni, realtà territoriali e articolazioni sociali di ogni tipo e spessore.
In realtà i nostri tempi, mai così sferzati da crisi identitarie come da imponenti cambiamenti epocali, sembrano vivere una sindrome da assedio. E’ frequente, anche in ambienti culturalmente attrezzati, sentir ripetere come un mantra, che la Chiesa si macchia del peccato di “ingerenza” nella vita pubblica del Paese. E’ accaduto in occasione della Legge 40 e del successivo referendum, si è ripetuto durante il dibattito pubblico sulle unioni civili sfociato nel Family Day, si è drammaticamente riproposto nei giorni dolorosi di Eluana Englaro. Che tutte queste circostanze abbiano a che fare con la dimensione propria dell’umano, ovvero con la vita e il suo evolversi anche nella sua realtà relazionale, sembra non avere alcun peso. Anzi, per tanti sembra addirittura un’aggravante.
Ma se la Chiesa e con essa i credenti non si interrogano sull’umanesimo del proprio tempo, cioè sulla particolare condizione che l’uomo e la donna vivono, quale sarà mai il loro compito? Anche dall’interno della comunità ecclesiale, proprio in questi giorni, sono venute le reazioni per certi versi più sorprendenti, rispetto a questa forma di “ingerenza umanitaria” che è rappresentata dall’interesse mai silenzioso per l’uomo moderno. Anche dentro la comunità ecclesiale sembra emergere un rimprovero verso chi fronteggia la modernità denunciandone pubblicamente i limiti, come un “tradimento” della propria missione evangelizzatrice. E’ una linea ben rappresentata da sicure intelligenze come Enzo Bianchi o Angelo Melloni, giusto per fare qualche nome. Ciò che li accomuna, pur nelle diversità di approccio, mistico-spirituale o storico, è la richiesta di un disarmo unilaterale da parte dei cattolici che dovrebbero sostanzialmente ritrarsi dai temi della biopolitica. Il tutto in nome di una presunta aggressività di una parte del cattolicesimo italiano che, a loro avviso, usa toni e argomentazioni non adeguate. Un cattolicesimo che tradirebbe l’annuncio della fede in Gesù Cristo. Come vedete un’accusa di non poco conto, a cui si aggiunge anche la richiesta di silenzio formulata dall’Osservatore Romano nel caso Englaro.
Ora ci sarebbe da chiedersi se queste posizioni, così sommariamente riassunte per ristrettezza di spazi, rispondano all’interrogativo iniziale: forse che l’uomo non ci interessa?
Aggiungiamo una piccola osservazione: forse che Gesù Cristo non ha dato scandalo, con le sue parole e i suoi gesti, sino a quello supremo della Croce, ai benpensanti del suo di tempo? Forse che le sue parole e i suoi gesti non hanno ricevuto la più pesante delle sanzioni, la condanna a morte, proprio perché confliggenti con le leggi del suo di tempo?
Sì, appunto, le leggi. La forma che gli uomini si danno per regolare i conflitti ma anche l’arco della vita e della morte. E perché anche noi non dovremmo destare una dose di scandalo giudicando le leggi degli uomini, sottoponendole al vaglio della ragione e al setaccio della nostra visione antropologica?A questo interrogativo non ci rispondono neanche i nostri amici cattolici che vogliono sempre darci lezioni di bon ton, anche quando non gridiamo, ma sommessamente sosteniamo le nostre ragioni sulla scena pubblica.
E poi, meglio un mondo cattolico partecipe e appassionato, che questa rassegnazione all’afasia che è figlia di un tempo che speravamo di avere
definitivamente alle spalle. Questo è il tempo della laicità in cui i cattolici sono chiamati a esercitare un’ingerenza umanitaria nell’area, quella della vita e della morte, in cui si gioca un conflitto epocale che può cambiare definitivamente il mondo che conosciamo e vogliamo preservare. Quel mondo in cui la certezza della paternità è un bene per il figlio, in cui la solidità delle coppie è un patrimonio anche sociale, in cui si sa riconoscere la vita umana nell’embrione come nel malato in stato vegetativo persistente, in cui si considera la vita un bene indisponibile e perciò viene sottratta alla deriva individualistica del diritto di morire. Vi sembra poco? Vi sembra che il nostro Paese possa e debba darsi delle leggi senza il contributo dei cattolici?
Poiché a noi l’uomo interessa, non potete chiederci questa mutilazione della nostra laicità.
P.S.
Scusate il titolo, che a qualcuno sembrerà provocatorio, ma almeno introduce bene il tema scelto per il nostro approfondimento mensile. Affrontiamo la questione, tanto discussa, della presunta ingerenza delle Chiesa e dei credenti nello spazio pubblico. Lo facciamo a modo nostro, declinando l’interrogativo di Benedetto XVI “forse che l’uomo non ci interessa?” in cinque ambiti diversi: politica, società, educazione, vita, pace e famiglia. A voi il compito di proseguire la declinazione. Domenico Delle Foglie |