Non è mai tempo di morire. Eppure la morte è una compagna che ci accompagna sempre. Spesso silenziosa, talvolta assordante com’è in queste ore drammatiche che seguono il terremoto disastroso che ha piagato l’Abruzzo. Ecco la morte irrompere nello scorrere delle ore e dei giorni e farsi protagonista assoluta del dibattito pubblico. E nel mondo della comunicazione, nel quale viviamo immersi, è come se avesse conquistato incontrastata i riflettori. Così sarà ancora per giorni, sino a quando un lamento proverrà dalle macerie e sino a quando non saranno celebrati i funerali. Ultimo atto di omaggio per chi è stato strappato via, primo atto di riconciliazione con la vita per chi è rimasto.
Quando abbiamo immaginato, in redazione, una puntata del nostro approfondimento mensile sul tema della “morte tra rimozione e sovraesposizione”, eravamo nel pieno delle polemiche successive alla morte indotta per mano di uomo di Eluana Englaro e mentre il Senato si accingeva a varare una legge sul fine vita. Dunque la nostra riflessione, sempre a più voci, voleva rispondere ad alcuni interrogativi che quella drammatica vicenda umana poneva alle coscienze di tutti noi. Anche cercando di dare una risposta ad alcune grandi domande di senso, a partire dalla rinnovata consapevolezza del destino di ciascun uomo.
A maggior ragione oggi, dinanzi alla forza della natura che ancora frustra le astuzie e le abilità del genere umano, è ancor più percepibile l’inadeguatezza dell’uomo moderno. Innanzitutto appare in tutta evidenza la sua fragilità che nessun atto di ragione, neppure il più acuto e avvertito, riesce a corroborare, al punto da allontanare definitivamente l’appuntamento con la morte. E allora appare in tutto il suo “scandalo”, intellettuale e morale, la pretesa dell’uomo contemporaneo di indirizzare la propria forza in una direzione antiumana: possedere le chiavi della propria morte. E’ una scelta di presunta onnipotenza, dinanzi all’impotenza assoluta del vivere quotidiano. E’ come se, sovvertendo secoli di antropologia, si cercasse una rivincita sulla vita attraverso la decisione finale sulla propria di vita. Addirittura teorizzando un presunto “diritto di morire” che nessun uomo, siamo convinti, ritiene indispensabile. Cosa è passato in queste ore nella mente dei sopravvissuti al terremoto? Pensate che anche uno solo di loro, colpito dalla morte di un congiunto, abbia potuto pronunciare le fatidiche parole che troppe volte siamo costretti a sentire: “Meno male che è morto. Finalmente ha finito di soffrire”? Cosa non avrebbero fatto gli abruzzesi, per conservarsi anche per un solo giorno in più, i nonni malati o i congiunti e gli amici in gravi difficoltà di salute?
Quando questa grande rappresentazione pubblica della morte sarà finita e i gran sacerdoti della libertà ad ogni costo torneranno a predicare la bontà dell’autodeterminazione assoluta, sarà bene ricordare queste ore di dolore. E soprattutto lo slancio vitale che ha accompagnato i soccorsi e l’assoluta necessità della relazione umana che questi giorni difficili hanno messo al primo posto. Noi italiani non siamo diversi dagli altri popoli: anche noi abbiamo bisogno della solidarietà e della comunità. Del sentirci parte di una rete di umanità. Di vivere in relazione. E’ il nostro modo imprescindibile di essere che ogni giorno sperimentiamo e di cui abbiamo bisogno, come l’aria per respirare.
In queste ore terribili a nessuno è passato per la testa di chiedersi se chi è rimasto sotto le macerie nutrisse la speranza di morire e volesse essere lasciato morire. Tutti idealmente abbiamo scavato con le nostre mani perché si potesse salvare ogni singola vita. Preziosa come la nostra.
E’ la vita, amici laicisti, nichilisti, libertari. E’ la vita che vince sempre.
L’uomo è per la vita. Domenico Delle Foglie |