C’è un tempo per piangere e uno per gioire. C’è un tempo per seppellire i morti, curare i feriti, contare i danni; e un tempo per ricostruire.
Ma cosa ricostruire? Come ricostruire? E` attorno a questi interrogativi, affatto secondari, che ci siamo trovati a riflettere. Come sempre a modo nostro. Chiedendo aiuto ad alcuni amici che crediamo abbiano qualcosa di importante da dirci. Con la consapevolezza che la nostra riflessione, lungi dal costituire un punto di riferimento per chi ha davvero fra le mani le leve della ricostruzione materiale, ha però l’ambizione di scavare dentro un terreno molto delicato, qual è quello dell’opinione pubblica, per indagare quale risonanza, in questi giorni drammatici, ha avuto la stessa parola ricostruzione.
Ricostruzione che non può – e come potrebbe? – essere solo materiale. Il caso del Friuli sta a lì a dimostrare che non solo di ricostruzione materiale si trattò quando le popolazioni, d’intesa con i loro amministratori, fecero scelte capaci di declinare in modo nuovo una fase che più volte aveva visto sconfitti lo Stato come le genti, colpite da un sisma o da una catastrofe naturale. Scegliere, ad esempio, di riaprire prima le fabbriche e poi ricostruire le case, perché se c’è il lavoro anche il resto viene, non è una scelta indolore. E’ un’opzione che richiede il coraggio di chi non vuole vivere di assistenza pubblica, ma preferisce fare la propria parte sino in fondo. Così che il metodo Friuli è diventato un archetipo nella nostra vita pubblica, nel segno del protagonismo del popolo e della pratica concreta della sussidiarietà. Il modello, con i dovuti adattamenti, ha resistito anche alla prova del terremoto dell’Umbria.
La domanda che ci si pone oggi è se le condizioni per ricostruire siano le stesse. E soprattutto se questi non siano i momenti in cui affiorano significati più profondi che rimandano a una determinata nozione di popolo, a una particolare fisionomia antropologica, a una più marcata caratterizzazione del territorio, a una più consapevole evocazione del paesaggio non solo esteriore ma anche interiore, a una più netta percezione del proprio ruolo all’interno di una più vasta comunità nazionale. In queste ore e in questi giorni successivi al terremoto che ha fatto tremare la terra d’Abruzzo, molte volte ci siamo chiesti cosa avremmo fatto noi se fossimo stati colpiti come gli abruzzesi. E’ una domanda che non può rimanere senza risposta, ma richiede onestà intellettuale e voglia di compromettersi e di non eludere le questioni anche più insidiose. Ad esempio, abbiamo sentito ripetere sino alla noia, un’espressione che con il passare dei giorni è apparsa sempre più enfatica e priva di contenuti reali: “Anche una tragedia come questa può divenire un’occasione”. D’accordo, è difficile dissentire. Ma è lecito chiedere, senza esser tacciati di qualunquismo, se l’occasione possa ridursi a un grande, seppur moderno, meccanismo di spesa pubblica. Oppure se non si debba cogliere il processo del ricostruire per sperimentare una sussidiarietà orizzontale e verticale capace di dare risposte nuove e forse ancor più significative di quelle che abbiamo prodotto in passato. A cominciare dalla consapevolezza che i luoghi, non sono solo quelli fisici. Ci sono quelli dell’anima, frutto di equilibri millenari e di infinite storie consumate, che sono tutte depositate in un angolo remoto e talvolta inaccessibile della nostra vita pubblica e privata. Ricostruire quell’equilibrio, instabile ma efficace per dare senso all’identità individuale e collettiva, capace di superare le più anguste curve della storia, è una sfida da vincere a tutti i costi.
Ricostruire è l’arma in mano ad ogni generazione per provare a riparare i guasti inferti dalle precedenti (vedi le guerre) e non soccombere sotto l’urto della natura. Quando l’uomo avrà smesso di ricostruire, allora vorrà dire che l’umanità sarà arrivata al capolinea. Ma – possiamo giurarlo – non è quello che toccherà alla nostra generazione. Che pazientemente deve… ricostruire. Domenico Delle Foglie |