Ha sostenuto di recente un noto sociologo italiano che, nel nostro Paese, le convivenze sono entrate a far parte, a tutti gli effetti, degli stili di vita. Quindi, addio matrimonio religioso e arrivederci matrimonio civile. Meglio le convivenze che conservano, almeno agli inizi, un vago sapore di leggerezza e di responsabilità a scartamento ridotto. Soprattutto se non ci sono figli e se si tratta di coppie ricostituite e con fallimenti matrimoniali alle spalle. Eppure, proprio i tempi duri che viviamo (e che ci attendono) richiederebbero un hardware di maggiore spessore. Cioè un’attrezzatura valoriale e una consistenza sociale ben più definite.
E qui sta la prima contraddizione, ma quell’affermazione iniziale che certamente ha un fondo di verità, soprattutto se riferita alle scelte dei giovani adulti, contiene in sé un forte elemento rivelatore. Se sino a ieri il tema degli stili di vita era sostanzialmente associato alla tutela ambientale, alla sostenibilità sociale, alla salvaguardia della salute, ecco che ci viene offerto lo spunto per affermare che, giorno dopo giorno, esso assume una dimensione globalizzante. Che investe la persona umana nella sua interezza.
A questo riguardo sottolineiamo la scelta del termine persona e non individuo, perché mai come in questo momento appare improduttivo, ai fini di un miglioramento globale della condizione umana, il riferimento al singolo. Vogliamo essere più chiari: forse si può davvero considerare ridimensionata quella parte della rivoluzione dei Lumi che vedeva nell’individuo l’uomo nuovo portatore di diritti. Oggi è la persona, con tutti i suoi riferimenti ideali e valoriali, oltre che con la propria storia e il proprio itinerario esistenziale, la propria cultura e le proprie origini, ad essere investita da un mutamento che forse esige davvero nuovi stili di vita. Ma l’uomo moderno preferisce non interrogarsi su come e dove essi nascano, su come si autogiustifichino, si riproducano, vengano valutati socialmente, e infine su come vengano rappresentati.
Da un lato ci preme dire che gli stili di vita hanno superato la barriera virtuale dell’individualismo per entrare in dialogo e conflitto con la persona nella sua complessità. Dall’altro abbiamo l’urgenza di segnalare come gli stili di vita si stiano progressivamente avvicinando a sfere totalmente nuove dell’agire umano, anche le più intime e sino a ieri più custodite. E infine che i nuovi stili di vita stanno persino manifestando l’ambizione di rimodellare l’umano, andando al cuore di alcuni fatti, ad esempio nascita vita e morte, i cui punti di riferimento sino a ieri erano certi nell’orizzonte antropologico di ciascuno.
Concludiamo con una domanda: cosa vieta, visto che le convivenze sono già entrate nell’orbita degli stili di vita, che vi entrino anche la nascita totalmente artificiale o l’eutanasia?
Ora, non si venga a dire che siamo molto lontani dalla realtà o che vediamo fantasmi minacciosi ma… innocui. E’ che la nostra sensibilità sociale ci dice che gli stili di vita, così configurati, altro non sono che la confezione regalo – si direbbe la sovrastruttura – con la quale far consolidare nell’immaginario collettivo – e solidificare nel profondo delle coscienze – un’antropologia di segno diverso da quella che noi auspichiamo e pratichiamo.
A questo punto sarebbe persino più saggio circoscrivere il tema degli stili di vita alle sole questioni economiche e ambientali, in cui è chiaro e condiviso l’obiettivo di salvaguardia del creato. Così era almeno agli inizi, ma la fervida immaginazione dei sociologi – e non solo – ha già spostato l’asse verso terreni sensibili. Dove è la stessa natura dell’uomo e della donna come li conosciamo, a essere messa in discussione.
Così da spingerci a dire: giù le mani dall’ecologia dell’umano. Domenico Delle Foglie |