L’estate dei veleni è ormai alle nostre spalle, ma ci ha lasciato in eredità tanti interrogativi. A noi sta a cuore, per il bene comune, analizzare il rapporto fra informazione e bipolarismo. Consci che non riusciremo a trovare un approdo sicuro, vista la situazione a dir poco tumultuosa in cui versa il dibattito pubblico nel nostro Paese, siamo però consapevoli della necessità di continuare a riflettere per trovare una via d’uscita comune. Insomma, occorre pure che alcune intelligenze – è quello che facciamo attraverso questo nostro forum – provino a giudicare e a proporre. Al di là del frastuono incessante della politica e della oggettiva debolezza in cui versa il sistema dei media italiani, profondamente toccati dalla crisi economica, è necessario fermarsi a riflettere con la dovuta freddezza.
Ma in questo momento saremmo a dir poco ingrati o sprovveduti se non dicessimo che una riflessione su questo tema non può prescindere da una vicenda dolorosissima, quella che ha visto coinvolto Dino Boffo. L’ex direttore di “Avvenire” è stato costretto alle dimissioni da una campagna di stampa, con oscure mire politiche, giocata a colpi di lettere anonime da “Il Giornale” (di proprietà della famiglia Berlusconi) su una sua presunta indegnità morale. Il tutto per avere invitato il premier, nell’ambito della vicenda delle escort, a tenere un profilo di maggiore morigeratezza. Non articoli di fondo, ma due semplici, misurate risposte ai numerosissimi e indignati messaggi dei lettori di “Avvenire”.
Facciamo nostra, in questa occasione, l’immagine suggerita da Enrico Mentana nel corso di un seminario di studi. L’ex direttore del Tg5 ha così fotografato quanto è avvenuto nella prima battaglia campale della “guerra civile di carta”: non è un caso che fra i due contendenti (due grandi giornali diretti da due importanti giornalisti) a lasciarci le penne sia stato chi si è trovato in mezzo al fuoco incrociato. Per paradosso – ha aggiunto – i due “nemici” (“La Repubblica” e “il Giornale”) si rispettano e restano tranquillamente al loro posto, magari aumentando anche le copie vendute in edicola, mentre a cadere è un cristiano. Alla maniera dei “martiri”.
Ci sarebbe poco da aggiungere, salvo prendere atto di una verità indubitabile: per uno strano accidente della storia, oggi come non mai, il giornalismo è la prosecuzione della politica in altra forma. E nella vicenda specifica, come in tutti i “lodi” che accompagnano con il loro frastuono la nostra vita pubblica, si parteggia senza ritegno, forse anche nella speranza di partecipare alla divisione delle spoglie. Il tutto alla faccia di quella terzietà che qualcuno ha inventato come prova di blasone giornalistico. La verità nuda che sta sotto i nostri occhi parla chiaro: se il direttore di un quotidiano non si schiera apertamente è destinato, appena voglia dire qualcosa di alternativo e di politicamente non allineato, a finire sotto il fuoco e a cadere colpito a morte.
Il messaggio inviato all’opinione pubblica e a chi sogna di fare il mestiere di giornalista è semplicemente devastante. Il lettore deve arruolarsi in un campo e altrettanto deve fare, se non vuole vivere ai margini della professione, qualunque giornalista. Ovviamente tutto questo vale, ai tempi del bipolarismo forzoso nel quale siamo stati tutti arruolati, per qualunque media. Purtroppo non ci sembra di vedere zone franche oppure oasi naturalistiche. Forse ci sono sacche di resistenza, com’è certamente l’informazione cattolica in Italia, ma quest’ultima ha già pagato un prezzo durissimo.
Non possiamo dire se dalla lettura di questo nostro forum a più voci emergerà una visione negativa o costruttiva, noi però possiamo invocare senza indugi l’assoluta necessità di un disarmo bilaterale. Davvero non se ne può più di questa informazione tifosa e piegata a una causa strettamente partitica e che non sembra farsi carico del bene comune.
Se non siamo in grado di condizionare le forme del nostro bipolarismo (sempre che duri e non si materializzi un terzo polo), almeno scegliamo, una volta per tutte, di non partecipare alla sua degenerazione in lotta per bande. Anche quando si manifesta come difesa rispetto agli assalti alla democrazia (nell`interpretazione della sinistra) o come resistenza al golpe attribuito a certe élites (nella vulgata della destra). Noi cogliamo l’enormità di queste accuse, figlie del peggiore dei bipolarismi e ci schieriamo, senza se e senza ma, dalla parte di chi cerca il disarmo bilaterale. Se i giornalisti, poi, facessero il primo passo, allora sarebbe un motivo di orgoglio per chi, come noi, vive la propria professione come il più grande degli onori. Domenico Delle Foglie |