Novembre 2009: Buonisti per caso?
3 Novembre 2009
Domenico Delle Foglie
Direttore
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C`è ancora spazio per la bontà come virtù civile?
SE IL GIOCO SI FA CATTIVO
I BUONI TORNANO A GIOCARE
Come tutti gli “ismi”, anche il buonismo è destinato a non avere vita facile. Nel migliore dei casi appare il surrogato, spesso mal riuscito e socialmente indigesto, dell’originale: bontà. Ma non è affatto singolare che il buonismo abbia trovato slancio agli inizi degli Anni Novanta, all’interno di quella cultura della sinistra orfana dei Muri e della Guerra Fredda. E’ come se una parte di quella cultura avesse l’assoluta necessità di rifarsi una verginità sociale e di ricollocarsi all’interno degli equilibri nuovi che il crollo del Muro di Berlino (1989) aveva portato con sé. E in questo contesto europeo, dove la socialdemocrazia aveva comunque radici profonde, il vero dramma identitario nasceva all’interno della sinistra ex comunista. Incapace di arrendersi alle ragioni del socialismo, soprattutto in Italia, la sinistra post comunista ha pensato di gettare un ponte culturale e sociale con la sponda più disponibile ad accogliere questo vago sentimento umanitario, cioè il mondo cattolico. Di qui una serie infinita di equivoci intellettuali, di ambigue e improduttive sovrapposizioni, di estenuanti quanto vuote mediazioni, e persino di governi nati all’ombra di questa bandiera culturale. In fondo, più che il sogno dell’incontro fra culture diverse, lo stesso Pd, ma anche l’Ulivo nella versione Prodi-Veltroni, nascevano da questa illusione ottica. Ovvero, il sopperire alla mancanza di una vera unità culturale con un vago sentimento umanitario, immediatamente spendibile in progetti improntati ad un atteggiamento bonario e tollerante, oltre che ad una politica mediatica segnata dal tentativo di apparire buoni, sempre e comunque. I risultati li conosciamo bene e sappiamo anche che quella cultura, nella sua intrinseca debolezza, ha subito sconfitte clamorose e soprattutto ha indebolito la capacità di proposta del fronte riformista.
Sin qui la politica, ma era inevitabile occuparsene, non foss’altro che lì sta la ragione del pessimo giudizio che accompagna la categoria del ”buonismo”, in ogni sede culturale. Ora, pensare che sia stata tutta opera della destra e dei suoi grandi mezzi (vedi il ruolo pervasivo della televisione) è un errore prospettico. In realtà è il Paese stesso che ha maturato una ripulsa spesso istintiva. Con l’aggiunta che i buoni sentimenti non godono di buona stampa. Nemmeno la bontà, di questi tempi, è una virtù. Figuriamoci il “buonismo” che ne è il surrogato.
La lotta politica è ormai giunta ad un livello di contrapposizione e di scontro che non rinuncia a servirsi dei colpi più bassi che sconvolgono persino le vite personali. E’ come se fossero caduti tutti gli argini e le convenzioni fossero state sospese. Non entriamo nella ricerca delle responsabilità per questo stato di cose. Sinceramente ci pare che vadano equamente distribuite e che l’anomalia italiana stia piuttosto nel perpetuare, sotto altre forme, quella perenne “guerra civile” che è il peggiore dei lasciti del Dopoguerra. Accade a destra come a sinistra, fra i sindacati come tra le forze produttive, fra gli intellettuali come fra la gente comune. Tutti chiamati a schierarsi e a stare “senza se e senza ma” da una certa parte e considerare gli avversari come nemici. Piegando anche la realtà all’interpretazione che più conviene al proprio mondo e alle proprie appartenenze. E’ come se si cercasse la vittoria definitiva, quella che chiude i conti una volta per tutte, che afferma un’egemonia, che suggella un “per sempre”. E’ proprio questa prospettiva che rende tutti più insicuri e democraticamente deboli. E fa sentire come un peso, addirittura come un handicap, persino la prospettiva della bontà e la scelta di essere buoni.
In fondo è questa la domanda: c’è spazio ancora per la bontà, fuori da ogni retorica e da ogni dimensione intimistica, come virtù civile? I cinici che sono certamente in agguato rideranno di noi. Molto serenamente diciamo che continueremo a coltivare l’idea che la bontà – e persino il buonismo, se liberato dalla pratiche più opportunistiche – siano ancora merce da spendere sul mercato della nostra vita civile. Quando i violenti, gli incivili, gli arroganti e i militanti, i “buonisti” e i “cattivisti” avranno terminato il loro lavoro di distruzione e le macerie della vita pubblica si accumuleranno, ci sarà molto da ricostruire, a cominciare da un codice di convivenza civile. Allora avremo qualcosa da suggerire e forse toccherà ai buoni. Perché… quando il gioco si fa cattivo, i buoni tornano a giocare.

Domenico Delle Foglie

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