Ci sono tre modi per cominciare l’Anno Nuovo: mettersi a fare previsioni, lanciare auspici, oppure cercare un alfabeto comune con il quale riprendere il cammino. Noi di “Più voce”, nel nostro piccolo, abbiamo scelto la terza opzione.
Siamo convinti, infatti, che la vita comune richieda la condivisione di alcuni aspetti centrali dello stare insieme, del crescere insieme, del costruire insieme il presente e il futuro. Perciò non deve meravigliare se, con l’aiuto di alcuni amici, abbiamo cercato di individuare alcune “parole chiave” con le quali affrontare il 2010. Un anno che si annuncia difficile, ma che non ci trova impreparati e al quale ci accostiamo nella consapevolezza dell’opportunità di “riforme condivise”, della “tenuta della famiglia”, dei limiti di una “ripresa lenta”, della necessità della “lotta alla povertà”, della certezza della “presenza di Dio”.
Spesso sentiamo dire che la misura del benessere sta in quell’indice di produttività, il Pil (Prodotto interno lordo), che ci ha visto pesantemente indietreggiare in questi ultimi anni. Siamo certi, all’alba del nuovo millennio, che quell’indice riesca davvero a fotografare lo stato di salute non solo dell’economia, ma anche della società nel suo complesso? Che riesca a rappresentare la voglia di libertà dei singoli e la spinta a creare comunità e reti? Che riesca in qualche misura a dare conto della complessità della riflessione culturale in atto nel Paese e anche della capacità di innovare, nel profondo, mentalità e stili di vita? Che riesca a comunicare la persistenza dei valori (individuali e comunitari) insieme con la spinta al rinnovamento personale e sociale? Che riesca, infine, a progettare il nuovo equilibrio delle istituzioni in un quadro armonico e rispettoso del pluralismo che è un tratto distintivo dell’essere italiani? Che riesca a dare conto della ricchezza di socialità e al tempo stesso della durezza e persistenza degli egoismi?
La risposta a questi interrogativi è certamente negativa. Ma le domande poste non sono affatto retoriche. Esse danno, piuttosto, la dimensione di quanto noi tutti siamo immersi nella complessità e di quanto bisogno avremmo di condividere un progetto per fare insieme un tratto di strada significativo.
Ecco perché, all’inizio di questo nuovo anno, abbiamo scelto di proporre un “alfabeto comune” con il quale ripartire e rimetterci in moto. Armati di tanto sano realismo, ma anche della volontà di non accodarci né ai catastrofisti in servizio permanente effettivo, né ai plotoni sempre ben nutriti degli ottimisti ad ogni costo. Se dovessimo dare credito agli uni o agli altri correremmo il rischio mortale di non riuscire più a “leggere” con occhi lucidi la realtà italiana. Che non è tutta bianca né nera, che non è tutta Rosarno né Trento, che non è tutta virtuosa e neppure tutta malavitosa. E’ l’Italia dei mille campanili che riesce a essere unita a dispetto di tutti i secessionismi ed egoismi territoriali. E’ l’Italia degli italiani che amano la vita “buona”.
Nulla a che vedere neanche con l’altro indice che ha registrato recentemente una certa fortuna, il Bil (Benessere interno lordo), che secondo la formula del “benessere pluridimensionale” di Joseph Stiglitz è destinato a valutare il tasso di felicità attraverso otto indicatori: le condizioni di vita materiali, la salute, l`istruzione, le attività personali, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, l`ambiente, l`insicurezza economica e fisica.
Al di là del fatto (in sé positivo) che il Bil sposta l’asse dalla produzione all’individuo, dalla quantità alla qualità, è la prospettiva che non cambia.
In sostanza, tanto il Pil che il Bil non pongono la domanda cruciale: cosa posso fare io per rendere migliore la vita? E non quanto possono fare gli “altri”, si tratti di persone o istituzioni, per rendere migliore la mia di vita?.
La vita “buona” reclama che ciascuno interroghi se stesso. E che ognuno ciascuno si rimbocchi le maniche per il proprio bene e per quello di tutti. Domenico Delle Foglie |