Forse qualcuno potrebbe persino offendersi nel sentirsi dare dell’arcitaliano. Noi, invece, pensiamo che in questo nostro strano Paese manchi un forte drappello di arcitaliani pronti a metterci la faccia, a spendere tutte le proprie energie, a impegnare le proprie fortune, a investire tutta la propria capacità di progettazione sociale, per dare uno scatto alla comunità nazionale. Nulla di eroico, o di velatamente futurista. Anzi, tutto dentro i cardini della ragione che non si sottrae allo scontro e al confronto col sentimento nazionale.
Ecco perché ci piace, giocando su un’immagine talvolta svilita come quella dell’arcitaliano, riaffermare che dalla crisi globale nella quale siamo immersi – non ce ne voglia il ministro Giulio Tremonti ma qui non parliamo di Pil – si esce solo con un sovrappiù di italianità. Non certo con un’iniezione di globalismo finanziario o con ardite e spericolate costruzioni istituzionali, ma con una forte ripresa dello spirito nazionale. Quasi come in un gioco di specchi, prendiamo a prestito l’immagine di Curzio Malaparte, l’Arcitaliano per definizione, per ribaltarla e farne una categoria del positivo.
Se nell’Arcitaliano si è voluto sempre individuare “l’esemplare ipertrofico dei vizi e delle virtù nazionali”, qui vogliamo assumere la dimensione dell’essere italiani come chance per la ricostruzione di un popolo fiaccato dai suoi stessi sentimenti debordanti, vedi il familismo amorale che ammorba la vita pubblica; dal suo benessere accumulato con troppa spensieratezza, anche a costo di scorciatoie morali, se non penali; dal suo essere perennemente in ritardo agli appuntamenti con la Storia come dimostra l’incapacità di riformare nel profondo le istituzioni per renderle adeguate alle sfide del proprio tempo.
Abbiamo volutamente citato tre ambiti della vita pubblica e privata, proprio per testimoniare come le virtù civili richiedano la volontà ferma degli italiani. E come, nei momenti difficili della vita repubblicana, non sia più possibile coltivare il sogno della scorciatoia e alimentare, soprattutto nei giovani, l’idea che comunque il progresso sia assicurato. Vale per i nostri figli, vale per tutti i giovani italiani, vale per i nuovi italiani, il cui futuro ci appare molto incerto e il cui orizzonte di vita potrebbe conoscere, per la prima volta dal Secondo Dopoguerra, una fase di profondo arretramento economico e perciò inevitabilmente sociale.
Questa crisi, infatti, potrebbe lasciarci in eredità un quadro sociale profondamente mutato, in cui potrebbe emergere, con disarmante evidenza, l’assottigliamento della classe media che ha costruito il benessere reale del sistema Paese.
Ecco perché dobbiamo seminare fiducia. Sosteneva nel lontanissimo 1921 l’Arcitaliano Curzio Malaparte, in uno dei suoi fulminanti aforismi, che “quando un popolo individualista come il nostro perde la fiducia in se stesso e nelle istituzioni che lo reggono, l’immoralità diventa una forma di viver civile e la mediocrità invade la cosa pubblica”.
Agli arcitaliani di oggi il compito di non permettere che tutto questo accada. E poiché molti sintomi sono già sotto i nostri occhi, occorre forse armarsi di bisturi e tagliare le cancrene, curare le ferite e rimarginarle. E poi magari riprendere a fare un tratto di strada insieme, perché saremo pure individualisti, ma non tanto stupidi da non capire che dalla crisi si esce solo riscoprendo le nostre virtù popolari e nazionali. Ché per i vizi non ci sono più né soldi né tempo. Domenico Delle Foglie |