Mancano solo 127 giorni alla Settimana sociale di Reggio Calabria. Ancora quattro mesi per prepararci a un appuntamento tutt’altro che formale per i cattolici italiani, per almeno due buone ragioni.
In primo luogo va detto che il Paese si trova ad affrontare uno dei tornanti più insidiosi della sua storia moderna. Molte le crisi che l’Italia ha saputo superare dal Dopoguerra in poi, ma quella che stiamo vivendo ha uno spessore tutto particolare proprio per la portata del suo impatto sociale. Una crisi che ha le sue radici nella globalizzazione, ma alla quale abbiamo contribuito sia con i comportamenti poco virtuosi delle nostre classi dirigenti sia con la dissipazione di ricchezza morale e materiale del nostro popolo. Un concerto di circostanze che talvolta sembrano aver fiaccato la capacità di reagire a tutti i livelli, sia di governo sia delle diverse classi sociali in cui il nostro Paese, al di là di certe enfasi descrittive e interessate, è ancora fortemente diviso. Anzi, per dirla tutta, non c’è stata stagione più di questa, in cui siano stati bruscamente interrotti i processi di rafforzamento e consolidamento delle classi medie e gli ascensori sociali siano stati letteralmente bloccati.
In secondo luogo è impensabile che i cattolici possano rassegnarsi a lasciare che le cose si deteriorino ulteriormente senza provare a dare una scossa, in grado di rimettere in moto tutte le energie, intellettuali e morali, in grado di pensare il bene comune, fuori dagli schemi della competizione politica, ma dentro il cuore della corresponsabilità sociale. In quest’ottica crediamo si sia mosso il Comitato scientifico delle Settimane sociali, raccogliendo cioè la sfida della complessità, per scrivere un’Agenda sociale da condividere. Con tutti i cattolici e, se possibile, con tutti gli italiani e tutti gli uomini di buona volontà.
E’ troppo grande la posta in gioco per non rendersi conto che quella di Reggio Calabria è un’occasione straordinaria per confermare, nei fatti, l’intuizione del cardinale Angelo Bagnasco, quando ha rivendicato per i cattolici italiani la qualifica di “soci fondatori del Paese”. “I credenti in Cristo – ha ricordato all’Assemblea dei vescovi italiani – continueranno a sentirsi, oggi come ieri, oggi come nel 1945 all’uscita dalla guerra, oggi come nel 1980, nella fase più acuta del terrorismo, tra i soci fondatori di questo Paese”. Di qui l’auspicio che i 150 anni dall’unità d’Italia «si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in un’Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale». E con la consapevolezza che «servono visioni grandi per nutrire gli spiriti, vincendo paure e resistenze, e recuperando il gusto di pensarci come un insieme vivo e dinamico, consapevole e grato per la propria identità e per questo accogliente e solidale…”.
Per tutte queste buone ragioni sarebbe sciocco sprecare la grande occasione di Reggio Calabria e non avvicinarci a essa con lo spirito giusto di chi ha individuato alcuni punti su cui fare leva per rimettere in moto il Paese, perché torni a crescere. Cinque punti cardinali (intraprendere, educare, includere le nuove presenze, slegare la mobilità sociale, completare la transizione istituzionale) che richiedono passione umana e sociale, voglia di spendersi senza aspettarsi ricompense, gratuità senza retropensieri, intelligenza delle cose, compenetrazione nell’umano, fecondità sociale e familiare, riconoscimento dei diritti, adesione convinta ai doveri.
Visioni grandi? Almeno proviamoci. Domenico Delle Foglie |