Settembre 2010:
5 Aprile 2010

SOTTO IL SOLE DI VENDOLA
Una risposta da sinistra più che di sinistra

LA PUGLIA CI RACCONTA
DI UN NUOVO POPULISMO
“Lascio tutto e vengo in Puglia!”. “In fuga dalla Roma di Polverini, chiedo asilo”. “Bari caput mundi”… Messaggini. Giunti ai pugliesi da amici lontani, salutano la rielezione a governatore di Nichi Vendola, ben più che come un successo con il 48,7 dei consensi. I testi brevi degli sms ovviamente non badano ai distinguo dei commenti politologici, sono scherzosi ma autentici nell’esprimere aspettative altrimenti afasiche o confuse da tempo. Sicché Vendola diventa una promessa di alternativa meridiana, la “luce” di un Sud-Est avanguardistico, fino a trasfigurarsi nel condottiero di una regione ribelle a dispetto - o forse a conferma - della sua vocazione ansiolitica del Mezzogiorno. Una tradizione moderata, quella pugliese, prima improntata ai fecondi ossimori morotei (le ineffabili “convergenze parallele” tra Dc e Pci, degne di Montale e Bodini), poi sferzata da una brama di modernità in salsa craxiana che si placò nel bisogno di ”armonia” incarnato da Pinuccio Tatarella.
Nichi, come lo chiamano persino gli avversari, non è solo il politico esperto e pugnace in grado di spuntarla con D’Alema imponendo le “primarie” al centro-sinistra. Assurge – soprattutto extra moenia - al ruolo di una sorta di colonnello Aureliano Buendìa, altrettanto lucido e chiaroveggente del protagonista di García Márquez, ma vittorioso sui cent’anni di solitudine. La Puglia? Una Macondo mediterranea scandita dai trulli che ora irretiscono la sinistra colta, dopo aver calamitato gli inglesi stufi del Chiantishire e i parvenu russi meno corrivi al fascino di Rimini. Ebbene, è una percezione fallace, che alimenta il “mito” vendoliano, senza tuttavia coglierne l’essenza. Perché la dimensione letteraria novecentesca è il nutrimento simbolico di un leader cinquantenne, pasoliniano doc e poeta in proprio, però non ne dice la proiezione negli anni che stiamo vivendo, e, crediamo, oltre. Infatti in “Vendola”, tra virgolette come s’addice ai fenomeni trascendenti la personalità, certo risuona l’attaccamento alla memoria arcaica e mistica del Sud caro a Levi, Scotellaro, De Martino. E vibra la rivendicazione delle lotte generose e tragiche del Secolo breve. Ma in “Vendola” convivono parimenti storie d’oggi, riscattate dal silenzio e portate sugli scudi della vita pubblica. Una visibilità ripagata con la stessa moneta: per esempio, migliaia di contatti quotidiani pro Nichi su Facebook. D’altronde, social network è una definizione che s’attaglia alla trama del “racconto” alternativo all’illusorio arrichez-vous del liberalismo post-Muro, sulla cui necessità il governatore pugliese non smette di insistere, unico, dopo il tramonto delle “grandi narrazioni” ideologiche (il Pci era un “romanzo”). Il precariato dei giovani laureati che non sempre inseguono la chimera del posto fisso, ma vogliono semplicemente lavorare, è uno dei capitoli di quel racconto, il sostrato attivo e addirittura militante nella rete sociale delle “Fabbriche di Nichi”.
“I partiti sono finiti. Consumati, inadeguati, fuori dalle virtù civiche… ossi di seppia, luoghi pieni di detriti”, dichiara Vendola a “La Repubblica” (31 marzo), contrapponendovi appunto “le fabbriche”, laboratori diffusi a centinaia di cui annuncia gli stati generali a fine aprile. Fabbriche senza operai. Sarà pure un paradosso, ma è mimetico della realtà post-fordista dei call center, dei McDonald’s, delle università-parcheggio, dell’affannoso marketing di se stessi senza certezza del domani. E’ anche una risposta da sinistra più che di sinistra, sul terreno del populismo, al declino di ogni critica del reale che implichi esercizi di mediazione e e strumenti democratici tradizionali (mentre i giornali “non urlati” ancora si chiedono perché scemino nelle vendite).
“Sotto il sole di Vendola” viene in luce tale contraddittorietà insita nel nostro mondo vissuto, caratterizzato - piaccia o meno - da identità plurali in una stessa persona: anfibie, provvisorie, talora conflittuali. Per cui, come Nichi, si può essere cattolici e commemorare prontamente monsignor Vito De Grisantis scomparso l’altro giorno, però non fedeli ai precetti ecclesiastici. E, come Nichi, si può essere omosessuali senza celare una struggente nostalgia di paternità, massmediali rivendicando l’assenza, sobri nelle scelte di vita e non laconici. Di contro, un altro nome impostosi sul cognome (Silvio) si professa cattolico e adultero, statista e goliardico, potente e vittimista, padano e sudista. In questo sincretismo postmoderno – l’et et invece dell’aut aut - s’intravede un orizzonte antropologico culturale, più che politico, cui soltanto Berlusconi e ora Vendola danno del tu. De te fabula narratur.

Oscar Iarussi

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