Ci mancava proprio l’intervista sul “Corriere della Sera” alla bella Ilaria D’Amico per spiegarci quant’è faticoso lavorare ed essere madre.
E, soprattutto, ci mancava proprio l’ennesima mamma celebre che ci facesse vedere quanto siamo dure noi donne: torniamo in pista un mese dopo il parto, come Rachida Dati. Ché, sia detto, noi non abbiamo nulla da imparare dalle straniere.
Come il ministro della difesa spagnolo Carme Chacon che va a visitare le truppe vistosamente incinta, tutti a applaudire, perché si è comportata “come un uomo”.
Come un uomo? Forse ci sfugge qualcosa.
Quando la neomamma-ministro Maria Stella Gelmini annunciò la maternità, si affrettò a rassicurare che sarebbe tornata al lavoro in tempi brevissimi. La brava Marina Corradi, dalle colonne di “Avvenire”, fu l’unica a invitarla invece a godersi appieno un tempo meraviglioso e unico, un privilegio della natura, e fu subito sommersa di critiche. Sì, perché adesso la donna va così: mica a casa a cullare, signora mia, l’autodeterminazione ci guida e la realizzazione personale ci sprona.
E questo, va detto, vale per le privilegiate, le mamme vip che ammiccano sorridenti dalle riviste patinate: senza un filo di pancia, tacco dodici e trucco parrucco da sfilata.
Volgendo graziosamente lo sguardo alle tapine che quotidianamente si affannano a mettere insieme veramente lavoro e famiglia, mobbing strisciante ed esplicito, nidi inesistenti e famigliari assenti, ecco che, con dolce e dolente sorriso, annunciano che hanno scoperto quanto sia duro essere madri e lavoratrici.
Alle spalle, un po’ sfocato sullo sfondo, un paradiso di tate, puericultrici e datori di lavoro accondiscendenti predispongono il rientro delle nostre eroine nel mondo del lavoro. Perché non sia mai che i telespettatori ci dimentichino, non bastano più le copertine: né dei giornali, né dei lettini.
Ma perché il problema delle donne deve sempre essere quello di dimostrare di essere come la dea Kalì? Abbiamo cento braccia e possiamo fare di più e meglio. Di chi? Degli uomini, mi pare ovvio.
Un suggerimento alla D’Amico e a quante come lei, vedi la manager milanese assurta alle cronache pochi mesi fa, si lamentano “di gamba sana”. Non è tornando dopo un mese che si vince la guerra. Denuncino la situazione, a voce alta e forte, si preparino al boicottaggio delle aziende “farabutte” con le neomamme, ma, al contempo, facciano davvero un po’ le mamme, magari spegnendo anche i riflettori. Tornare dopo un mese vuol dire fare il gioco di quanti dicono che il congedo di maternità in fondo è troppo lungo e le donne dovrebbero tornare prima al lavoro e che se non torni non ti meriti quella posizione magari conquistata con fatica.
E poi, smettiamola di auto ghettizzarci: sentire affermare soavemente che chi fa un figlio si sente come dovesse giustificarsi è un po’ umiliante per la categoria.
E allora chi ne fa due o tre? Probabilmente dovrebbe esporsi al pubblico ludibrio…
Ancora una volta, ripartiamo da noi, non aspettiamo elemosine dal sistema.
Le nostre madri sono scese in piazza per affermare il diritto di essere donne, non barattiamolo per quel piatto di lenticchie dell’essere uomini. Emanuela Vinai |