Sono state tante le analisi che hanno messo sotto la lente di ingrandimento i comportamenti delle imprese, dei professionisti e delle famiglie italiane di fronte alla crisi che attanaglia gran parte delle economie mondiali. Poche le riflessioni che hanno indagato una realtà sociale ed economica che sta rispondendo con fermezza e dedizione alla crisi che colpisce le famiglie e le categorie sociali più vulnerabili. E’ il mondo del Terzo settore (volontariato, associazionismo, imprese sociali...), così come è chiamato anche nella "Caritas in veritate", capace di reagire con creatività e flessibilità e che misura il tasso di sussidiarietà realizzato nei territori dalle amministrazioni pubbliche.
Se il nostro Paese frappone orpelli e tanta burocrazia a coloro che fanno impresa, altrettanto accade nei confronti del Terzo settore che si ritrova sostanzialmente impedito di crescere e partecipare appieno a uno sviluppo che non guarda solo all’economia ma a tutte le dimensioni della vita sociale. Come sarebbe stata la crisi senza le iniziative benemerite del Banco alimentare, dei tanti sportelli Caritas e delle attività di microcredito oramai diffuse su tutto il territorio nazionale? E che dire dei 300mila e più occupati nelle imprese sociali, tra questi 70mila persone circa, vulnerabili o diversamente abili, che secondo la logica economicistica imperante sarebbero fuori e “inutili” per il mercato del lavoro? O del progetto Pan (300 asili gestiti dalle cooperative) sostenuto da Banca Intesa?
Negli altri Paesi europei il sistema normativo e fiscale è promozionale e non “sospettoso”come quello vigente in Italia. In Inghilterra Blair prima e Brown dopo, hanno istituito il Ministero per il Terzo settore, per non parlare degli Stati Uniti e della capacità del mondo non profit di reagire con grande velocità ed efficacia ai bisogni delle famiglie. Ultima la notizia di una fondazione di Boston che acquista le case espropriate dalle banche e le ridà ai vecchi proprietari con mutui più abbordabili, con rate diluite nel tempo e commisurate alle reali possibilità delle famiglie. Ma torniamo in Italia. La stangata sulle tariffe postali agevolate, ad esempio, non va nella direzione che qui auspichiamo. E’ possibile rivedere il regime fiscale che riguarda le erogazioni liberali? Si può aprire una “fase costituente” che riformi il Codice Civile del 1942 e lo adegui alla configurazione attuale della società italiana? Il ministro Alfano alla conferenza organizzativa delle Acli si è impegnato a riproporre la “bozza Pinza” già molto condivisa nella precedende legislatura: ci possiamo contare? Ministro, se accadrà, avrà il nostro plauso! E infine un invito al ministro Tremonti, da sempre attento a questo mondo: un piano di incentivi alle imprese sociali affinché si sviluppino, producano nuovi servizi di welfare e buona occupazione non è proprio possibile? Bene gli incentivi alla rottamazione delle auto, bene gli incentivi per la rottamazione di frigoriferi, forni, ciclomotori: ma incentivi per la costituzione di imprese sociali, deduzioni fiscali alle famiglie che accedono ai loro servizi, premialità a coloro che avviano progetti innovativi, dal contrasto alla povertà alle politiche promozionali per il welfare familiare, dal turismo sociale alla gestione dei beni pubblici sono davvero così complicati e costosi? Edoardo Patriarca |