L’affievolirsi della speranza può provocare paure, smarrimento, denudare. Soprattutto quando non subentra qualcosa che vale alla consapevolezza che la fame di mondo è insaziabile, cieca, devastante o se la ragione vive solo di scienza e di tecnica, sentendosi non più di creature con sete di conoscenza ma di creatori deliranti. Dal primo sentirsi nudi, fa parte della terrena esistenza il grado giusto di paura. Alto porta al panico, basso alla perdita del senso di pericolo. Anche nelle comunità che condividono vincoli ed opportunità al fine, rispettivamente, di superarli e attualizzarle insieme, segno di cultura e di civiltà.
Per tutto questo, assumono notevole rilevanza le lezioni del passato, se si colgono per migliorare i comportamenti. Dopo il secondo conflitto mondiale, lo fanno egregiamente grandi statisti come Adenauer, De Gasperi, Schuman. Avviano, nel 1951 con il Trattato di Parigi, la prima Comunità Europea, pur impegnati nella ricostruzione, non solo materiale, dei rispettivi Paesi, per liberare popoli dell’Europa occidentale dalla paura d’altri conflitti. Trattato di Roma del 1957: nuovi interventi, Atti, studi, ricerche sino al cosiddetto Rapporto Cecchini del 1988, dal nome del presidente dell’apposita Commissione costituita per definire “il costo della non-Europa”. Presenta risultati decisivi ed essenziali per le scelte di Maastricht nel 1992: Mercato Unico e Unione Europea con le libertà di movimento di persone, merci, servizi e capitali.
Per aver trascurato, però, saggezza e prudenza degli statisti richiamati, si decide per la moneta unica senza meticoloso, efficace accompagnamento del passaggio all’euro, soprattutto in Italia, ed un affrettato allargamento dell’Unione, dai sei iniziali, agli attuali 27 Stati membri con lista d’attesa. Perplessità e incertezze diffuse, confermate dalla non adeguata presenza dell’Unione in tante vicende mondiali e non regolamentazione del mercato finanziario, con i guasti degli ultimi due anni e in corso. Così per l’obiettivo dell’armonizzazione, prima, e della coesione economica e sociale, dopo, sancito dal Trattato. Preliminarmente o più che vari specifici fondi, con relativi apparati, richiede un’ottica attraverso la quale, da veri statisti, vagliare ogni decisione, per escludere quelle che provocano o non attenuano divari inaccettabili.
L’Italia campa d’Europa senza diventare europea, emulando nessuno per quanto assicura efficacia ed efficienza ai diversi soggetti dell’ordinamento. Alla politica interessa poco conoscere “il costo della non-Italia” per le tante barriere non tariffarie, costituite da percorsi burocratici defatiganti, tempi morti di norma incredibili, sfasciume idrogeologico ultra centenario, ambiente e territorio oggetti di preda, illegalità diffusa, fungaie inestirpabili di enti e organismi, patologiche evasioni ed elusioni fiscali. Ne parla, se ne duole pure, ma niente fa di risolutivo, come se dipendesse da altri. Né interessa una seria ricerca, mirata a rilevare i possibili fattori che, in vaste aree, impediscono lo sprigionarsi dello spirito d’imprenditorialità locale, al fine di rimuoverli e favorire l’attivazione di processi di sviluppo autopropulsivo. Alla politica, infine, poco importa la conclusione della fase costituente delle Regioni, con successive modifiche, fino a tutto il 1979, degli strumenti contabili, adottate con il precipuo scopo di consentire, a Stato e autonomie locali, di decidere d’intesa il coordinamento della finanza pubblica, verso obiettivi comuni con strategie differenziate, per far crescere insieme le diverse realtà territoriali del Paese curandone i vantaggi reciproci.
Leggi finanziarie, invece, farraginose e bilanci pubblici quasi alberi di cuccagna, con forti e incoerenti pressioni, cause di un debito pubblico enorme a fronte di dannosi vuoti, vecchie e nuove povertà e relative smodate ricchezze di non pochi delle più varie caste. Tale modo generale di operare per ben 30 anni, pur tra indubbie luci, affievolisce la speranza e accende il timore che la convivenza possa scadere nel disordine e nella rissa se, nel senso appena accennato innanzi, non si cambia registro per tempo. In ogni modo, prima del federalismo fiscale. Nel campo richiamato, chissà se l’ombra della paura aleggia per il male che c’è o per il bene che manca. Luigi Ferrara Mirenzi |