È giusto sostenere che chi agisce con poteri pubblici deve avere una cultura dello spirito di servizio e amministrare saggiamente i beni pubblici per raggiungere il bene comune? È cosa da poveri illusi chiedere di rivalutare la dimensione morale nella rappresentanza politica, istituzionale e burocratica? È pretesa fuori moda insistere nel desiderare che a esercitare un’autorità siano persone in grado di avere come finalità del proprio operare il bene comune e non il prestigio o l’acquisizione di vantaggi personali? Sono tutte domande che, se vogliamo, trovano risposte nei principi della dottrina sociale della Chiesa, in particolare nell’insegnamento di Giovanni Paolo II che non perdeva occasione per denunciare la corruzione politica come una delle più gravi deformazioni del sistema democratico. Un vero e proprio tradimento dei principi della morale e delle norme di giustizia sociale. La condanna della corruzione è inappellabile già al numero 411 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa: “compromette il corretto funzionamento dello Stato, influendo negativamente sul rapporto tra governanti e governati; introduce una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, causando una progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti, con il conseguente indebolimento delle istituzioni. La corruzione distorce alla radice il ruolo delle istituzioni rappresentative, perché le usa come terreno di scambio politico tra richieste clientelari e prestazioni dei governanti. In tal modo le scelte politiche favoriscono gli obiettivi ristretti di quanti possiedono i mezzi per influenzarle e impediscono la realizzazione del bene comune di tutti i cittadini”.
Di fronte a questi insegnamenti della dottrina sociale cristiana e in questo difficile momento, noi cattolici dove siamo piantati nella nostra storia nazionale, mentre si consuma per il potere un nuovo scontro sociale, culturale, economico, finanziario e politico, impregnato di malaffare, parassiti, corrotti e collusi? Noi non abbiamo più voce politica neppure per dire: “ora basta”. Abbiamo delegato ad altri e dunque ci dobbiamo accontentare di difenderci dall’accusa inverosimile e anacronistica di non aver voluto l’Unità d’Italia; oppure dobbiamo manifestare per preservare la libertà del Papa e della Chiesa italiana. Pretendiamo di non capire che una delle possibili ragioni dell’attacco è nella scelta di sfidare i poteri forti, indicare la via del ritorno dei cattolici nella storia politica della nostra nazione. Eppure la richiesta al laicato cattolico da parte di Benedetto XVI è espressa in modo chiaro; un passo avanti. Ci vogliono uomini nuovi, moralmente forti e liberi da condizionamenti, culturalmente preparati, in spazi sociali moderni. Ci vuole un clero che accompagni sulla via dell’evangelizzazione la formazione e l’azione di questi cattolici cittadini italiani. Non è un caso che il recente documento della Conferenza Episcopale Italiana sul Mezzogiorno richiami l’esempio in politica di uomini come don Luigi Sturzo e Aldo Moro, nelle istituzioni come il giudice Rosario Livatino e nel sacerdozio come don Pino Puglisi e don Giovanni Diana. Eroi di una concezione cristiana della vita sociale nella nazione. Ciò che don Sturzo, parlando nel 1905 dei problemi della vita nazionale dei cattolici, definiva come “una ragione di vita civile informata ai principi cristiani nella morale pubblica, nella ragione sociologica, nello sviluppo del pensiero fecondatore, nel concreto della vita pubblica”, riconoscendo ai cattolici il ruolo di “rappresentanti di una tendenza popolare nazionale nello sviluppo del vivere civile”. Non chiesuole, piccole e divise, le une contro le altre armate per ragioni di individualismo, egoismo o tradimento per l’altrui favore, ma soggetti all’avanguardia della crescita civile nazionale. Siamo mai stati così nel concreto della vita pubblica italiana?
Siamo mai stati noi cattolici l’avanguardia del popolo italiano nella crescita della civiltà nazionale e europea? Questa è la domanda che nessuno vuole farci porre, perché dare una risposta avrebbe un significato chiaro, cioè sostenere la via di un ritorno dei cattolici cittadini nella vita politica italiana e europea, che senza il cristianesimo si stanno perdendo nelle segrete stanze dell’immoralità, del malaffare e dell’illegalità di piccole lobby massoneggianti e di grandi criminali.
Quando noi cattolici siamo stati l’avanguardia del popolo italiano? La storia che parte da Leone XIII, passa per Murri, Toniolo, Sturzo, attraversa il mare in tempesta della lotta antifascista e della seconda guerra mondiale per arrivare a De Gasperi, Scelba, al primo Moro; quella che si esprime nella Carta Costituzionale e nella ricostruzione nazionale, è la prova che i cattolici hanno fatto l’Italia, quella vera e democratica, pur con mille difficoltà e diversi errori. Tra questi, quello gravissimo di non essere stati coerenti nel testimoniare il valore dell’unità politica dei cattolici con l’azione pratica nella politica, nell’amministrazione pubblica e in quella privata, nel non aver compreso la necessità di formare gli italiani a una nuova cultura diversa da quella dell’assistenzialismo paternalista dello Stato liberale, dittatoriale dello Stato fascista, dirigista dello statalismo repubblicano, traendo le ragioni espresse da Sturzo nel suo discorso del 1905.
Possiamo ancora attendere mentre la questione morale manda a monte la nostra democrazia e disintegra le nostre libertà? Se siamo convinti che debba esserci una morale oggettiva e non soggettiva, unica e non distinta tra vita privata e pubblica, che va arricchita del valore aggiunto del Cristianesimo, allora la scelta è obbligata: “noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo”, come ha detto Dietrich Bonhoeffer, dunque agire perché “lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio”, come ha osservato Benedetto XVI.
La domanda successiva che viene costantemente ripetuta è come noi cattolici si possa tornare nel concreto della vita pubblica italiana? Credo sia venuto il tempo di fare uno sforzo di coerenza con la nostra Fede; si ricostruisca la casa comune, abbandonando i vecchi contenitori di liquidi, gas e vapori, (o meglio i partiti in disfacimento responsabili della crisi nazionale), realizzando un soggetto nuovo con possenti pilastri ancorati nel profondo delle nostre coscienze. Un soggetto che apra i magnifici scrigni delle esperienze dei movimenti, del volontariato, delle opere sociali, della cooperazione, facendo diffondere nella nostra società il meglio di quella cultura del fare legata all’amore per il prossimo. Al contempo si consenta a ogni cittadino libero e forte di avvicinarsi a queste esperienze massimizzando l’idea di amorevole accoglienza. Questo incontro, tra le esperienze di comunità e il desiderio di ogni individuo di portare il suo contributo al progresso cristiano della nostra società nazionale, ci consentirà di tornare all’avanguardia del popolo italiano per affermare una civiltà della fraternità nell’amore di Cristo e nella ricerca della Verità, che ci renderanno liberi dalla schiavitù del male e dalle dittature dei malfattori. Investiamo, dunque, sulle persone in grado di progettare un nuovo divenire sociale e programmare uno sviluppo solidale secondo giustizia e libertà. È una questione di responsabilità nel sapere investire il “talento” ricevuto; perchè quando Qualcuno ce ne chiederà il conto sarà troppo tardi. Gaspare Sturzo |