L’attuale cultura è caratterizzata da un nuovo rapporto dell’uomo con sé stesso e con la natura. In un certo senso la tecnologia, nella cultura attuale, diventa globale. E’ nato lo “scientismo tecnologico”, l’ideologia secondo cui la conoscenza è misuratrice capace di assicurare il dominio tecnico sull’oggetto che può essere indefinitivamente plasmato, compreso l’essere biologico, psicologico, mentale e sociale dell’uomo. Uno scientismo tecnologico che fa dell’uomo il padrone di sé stesso e di ciò che lo attornia.
Se è questa la cultura moderna e dominante che caratterizza la nostra epoca – una cultura atea, individualistica e consumistica, che fonda le sue radici in un materialismo sfrenato e in un radicalismo esasperato – va anche riconosciuto che si tratta di una cultura che non paga: una cultura dagli obiettivi inconsistenti e dalla felicità più proclamata che effettiva, tanto che si rivela effimera e illusoria.
E la dimostrazione di ciò sta nella crescita della violenza, della sopraffazione, del genocidio, dell’arbitrio, nonché dell’aborto, dell’eutanasia, del suicidio come espressione di liberazione: liberazione dalla responsabilità, dall’impegno, dalla solidarietà, dalla coscienza vera di sé stessi. In tal senso preoccupante la constatazione di come la pratica della violenza su sé stessi e sugli altri, vada estendendosi un po’ fra tutte le categorie del genere umano e a tutte le età.
Questa la scelta che l’uomo moderno ha compiuto: una scelta che denota una mancanza di unitarietà, mancanza di senso, mancanza di prospettive. E quindi una scelta che determina una frantumazione della vita, per cui la ragione perde la capacità di trovare il senso unitario, e quindi un rapporto coerente tra la coscienza e la vita, tra la cultura e la vita. Una cultura, cioè, che non appare più interpretazione della vita, ma fine a sé stessa: quindi frattura tra le ragioni di vita e la vita medesima.
Da qui, innegabilmente, le situazioni di disagio, di tensione, di angoscia per una felicità, per una autonomia, per una affermazione personale vanamente inseguite, lo sbocco alle quali spesso viene trovato soltanto nelle soluzioni facili ma disperate della droga e del suicidio.
Situazioni, queste, particolarmente presenti in questa nostra società dove accanto al crescere di disponibilità di beni e di servizi, crescono anche la solitudine, l’emarginazione, il disimpegno, e quindi cresce pure la sfiducia in sé stessi e negli altri.
Di fronte alle realtà difficili, alle situazioni pesanti, alle angosce opprimenti, l’uomo tenta di risolvere i suoi problemi cercando la soluzione facile: in nome della ragione e della razionalità si abbandona al delirio di libertà (di liberazione) attuando spesso il folle ultimo gesto.
Di fronte a questi gesti, la nostra società resta muta e indifferente: non può ammettere che la sua cultura ha fallito nell’obiettivo di rendere l’uomo felice. Non può ammettere che, al di là delle intenzioni, l’esito della sua filosofia esistenziale è esito deficitario: infatti di fronte al dolore e alla morte la sua cultura non ha sbocchi essendo impostata sul successo, sul guadagno, sulla felicità, in cui, ovviamente, il dolore, le privazioni, non trovano posto. Per la società e per la cultura moderna il tempo trascorso nella sofferenza non ha senso, è tempo perduto, non ha valore: per questa ragione il dolore è scandalo.
Combattere questa mentalità è doveroso per chi crede nella vita: il rifugiarsi nella violenza su sé stessi, nella droga, nel suicidio come soluzione alla propria solitudine, alla propria tristezza, alla propria angoscia esistenziale, non è mai soluzione ideale. E combattere questa mentalità significa aiutare le persone a capire che le cose che contano e gli ideali che valgono sono quelli che costano, mai quelli che rendono; significa aiutare l’uomo a porsi le domande giuste sul perché della vita, sul perché credere, sul perché del dolore e della sofferenza. Infatti, se il dolore ha un senso, ha un significato, ha un valore, allora anche la vita ha un nuovo sapore, ha una reale dimensione, e diventa concretamente un’avventura nonostante tutto degna di essere vissuta sino in fondo.
Ecco che allora va aiutato l’uomo a ricercare nel profondo del cuore la risposta alle domande che permettono di giungere alla questione ultima dell’esistenza, cioè al fondo della vita stessa, rimotivando in lui il senso dell’attesa e il senso della speranza.
Peguy diceva: “La mia piccola speranza è quella che tutte le mattine mi dà il buon giorno”; e ciò è molto significativo in un mondo che tenta in ogni modo di esorcizzare il pensiero della morte e del dolore riducendo il mistero della vita a processo scientificamente conoscibile e palpabile. Giancarlo Tettamanti |