Settembre 2010:
6 Luglio 2010
Dall`incontro della Pixar con la Disney
superato il "politicamente corretto"
``TOY STORY 3``, I VALORI
NON SONO GIOCATTOLI
Curioso destino quello di Walt Disney. Inventò, primo fra tutti, il teorema del "politicamente corretto" ed eliminò dai propri cartoni animati ogni possibile riferimento religioso creando un immaginario di tiepidi valori sospesi in un nulla agnostico. Per non scontentare o urtare la suscettibilità di qualcuno, escluse la terza dimensione del “mistero” e dell’etica dalle proprie storie. Un modello culturale e ideologico subito imitato e scopiazzato da molti e che ha caratterizzato per decenni le dinamiche editoriali delle major di Hollywood. Alla fine, però, il mercato ha costretto i suoi successori a fondere la Disney Company con la Pixar, una società più giovane e meno attenta a certe fobie ideologiche. “Wall-E”, uno dei capolavori della Pixar, solo per citare un esempio, ha come protagonista una robottina che si chiama Eve e che aiuta l’umanità a ritrovare il proprio spazio sulla Terra grazie a una sceneggiatura che attinge a piene mani dall’Antico Testamento. Così siamo arrivati oggi al terzo episodio della fortunata saga di “Toy Story” prodotto dalla nuova major Pixar-Disney. Uscirà nelle sale italiane oggi, 6 luglio. Negli Usa, nelle prime due settimane di programmazione, ha già sfondato il tetto dei 226 milioni di dollari di incassi.
Il film ha urtato la suscettibilità di Natalie Wilson, una giornalista veterofemminista e che è intenta a difendere l’onorabilità del mondo gay. Uno dei giocattoli del film, il pupazzo Ken, sarebbe troppo effeminato e getterebbe il ridicolo sugli omosessuali, dice la giornalista. Un altro giocattolo, Barbie, esalterebbe invece i clichè più triti della femmina stupida e oca. Il film della Pixar-Disney è, secondo la giornalista, “negligentemente sessista, omofobico e ricolmo di stereotipi”. “Ti chiedi che film abbia visto Natalie Wilson”, commenta con un sorriso il critico cinematografico Michele Anselmi. “Il presunto sessismo infatti è proprio difficile da individuare”, scrive. Il dibattito, che sembra così stucchevole nelle note della giornalista americana, sollecita però un interrogativo meno banale. Questi transatlantici dell’intrattenimento targati Pixar-Disney, come “Toy Story 3 – La grande fuga”, vengono visti da centinaia di milioni di famiglie in tutto il mondo. I bambini vengono tranquillamente parcheggiati davanti allo schermo se c’è il rassicurante marchio della major dei cartoni animati più vecchia del mondo. Ma che storie vedono e quali valori sono spinti ad introiettare?
Per “Toy story 3” la risposta non è semplice. I giocattoli antropoformizzati, il cow boy Woody, Buzz Lightyear e tutti gli altri, vivono questa volta un’avventura complicata, scontrandosi con le difficoltà di un mondo che è più reale di quello che appare. Nel film c’è la politica. “L’autorità per imporsi dovrebbe avere il consenso dei governati”, dice con convinzione la Barbie della storia (alla faccia del clichè dell’oca). C’è il sentimento nobile dell’amicizia e del sacrificio per gli altri che costringe Woody a rivedere le proprie egoistiche priorità pur di salvare i compagni di avventura. C’è il valore dell’indissolubilità del matrimonio. Mr. Potato e Mrs. Potato sono inseparabili. C’è infine la magica poesia di un giardino felice dove anche un adolescente, pronto ad andare al college, può ritrovare l’emozione del gioco. Nel cortometraggio che precede, come da tradizione, la proiezione del film ("Quando il giorno incontra la notte"), si parla, in modo simbolico e divertente, delle differenze fra la luce e il buio. Una simpatica parabola che ci racconta, alla fine, di come esista un disegno universale dove gli opposti, il giorno e la notte, possono ritrovarsi insieme in una splendida armonia. Sembra una metafora dell’incontro-scontro fra le due società. La contaminazione “politicamente scorretta” dei ragazzi della Pixar sta infatti travolgendo le regole più consolidate del vecchio e vetusto teorema Disney. La strada è ancora lunga, è vero. Ma un punto ormai è stato già fissato: i valori non sono giocattoli. Alla Pixar lo sanno fin troppo bene. Adesso lo stanno scoprendo anche alla Disney. 

Andrea Piersanti

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