Sono sicuramente contrario alla proposta, ripresa dallo stesso Ministro Angelino Alfano venerdì 2 luglio, nel corso del Consiglio Nazionale del Notariato, di trasferire ai notai la gestione delle separazioni coniugali quando non ci sono figli, sia pure nella versione soft “per i soli aspetti patrimoniali”, ma da subito prefigurata anche come “per l’intera separazione”. La sacrosanta (e urgente!) esigenza di snellire le procedure della giustizia civile non può essere soddisfatta con scelte che rischiano di lanciare un segnale - l’ennesimo! - di totale privatizzazione delle scelte di coppia, che escono così dalla sfera della rilevanza pubblica per restare nel più puro ambito privatistico, anzi, addirittura commerciale. Come non ci convinceva lo slogan “adozioni più facili”, così non ci convince lo slogan “separazioni più facili”!
In altri termini, non possiamo accettare che l’impegno coniugale sia ridotto ad un accordo commerciale, ad un mero contratto privato, senza rilevanza di bene comune; siamo infatti convinti che “fare famiglia”, vale a dire contrarre matrimonio, sia una scelta di grande responsabilità sociale, che sia un vero impegno di costruzione della società, e che quindi il suo scioglimento abbia a che fare in modo significativo anche con un sistema giuridico che tenda a custodire la vita sociale del Paese a favore del bene comune, oltre che del legittimo interesse dei singoli cittadini. Invece “limitare” alla presa d’atto notarile la scelta di separarsi significa ridurre la scelta di coppia ad un atto totalmente privatizzato, escludendo qualunque “eccedenza di responsabilità pubblica”.
Non abbiamo bisogno, nel nostro Paese, di mere semplificazioni procedurali, che di fatto lasciano le persone ancora più sole di fronte alle scelte spesso drammatiche che la vita propone: abbiamo invece bisogno di un grande progetto di alleanza tra persone e società, che metta al centro la costruzione del bene comune, rafforzando, anziché alleggerendo, interventi di sostegno e di accompagnamento che aiutino le famiglie ad attraversare le crisi, anche grazie a giudici e operatori del diritto specializzati, competenti e motivati, esigenza emersa con chiarezza, nei mesi scorsi, anche dal dibattito sulla possibile costituzione di un “Tribunale unico per la famiglia e i minori” (e nodo su cui aspettiamo segnali forti dal Ministero competente). Se ai cittadini viene giustamente chiesto di onorare i doveri di cittadinanza (anche nel loro “fare famiglia”), alla società spetta di sostenere i loro diritti di cittadinanza.
Nello specifico, non c’è certo bisogno, oggi, di una ulteriore privatizzazione del rapporto coniugale (talmente privato che basta l’occhio neutrale di presa d’atto del notaio, anziché la responsabilità pubblica del giudice); al contrario, difendere la necessità di riportare al foro giuridico la scelta di rompere il legame coniugale - scelta peraltro ampiamente possibile e facilitata, come le statistiche chiaramente documentano - significa riaffermare che quel legame è uno strumento insostituibile di coesione sociale e di cittadinanza. In un certo senso, significa riaffermare che “la famiglia è cellula fondamentale della società”, affermazione già contenuta nella Carta fondamentale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e gravemente disattesa nel nostro Paese. Francesco Belletti |