Settembre 2010:
30 Luglio 2010

Da Totò a Jünger, passando per Goldoni,
Belli, Campanile, Virzì e Houellebecq

VACANZA, TEMPO DONATO
C`E` CHI PUO` E CHI NON PUO`

E’ varia la fenomenologia delle vacanze! Nel pieno della seconda estate al tempo della crisi, tra chi può e chi non può, mi scappa un sorriso ripensando a Totò che sigilla casa e con gran clamore sfila nel palazzo con l’intera famiglia carica di valigie per inscenare la desiderata – dalla moglie – partenza per la villeggiatura, prima di sgattaiolare di nuovo in casa per restarci recluso per quindici giorni e oltre. Era il ’52, e in Totò e le donne la villeggiatura era già uno status symbol e ancora uno dei doveri maschili. Cosa vecchia, d’altronde.

Alla metà del ‘700 Goldoni, ben istruito sui vezzi della nobiltà vera e millantata della sua Venezia, mette in scene tre commedie sulle dolci ferie che contribuivano a far piena di ville la campagna veneta. Le smanie per la villeggiatura, tre atti di preparativi e battibecchi, cominciano con il dialogo tra un cittadino improvvido e il suo sfortunato servo, che si permette di osservare come la pletora di nastri, pizzi, cuffiette da giorno e da notte, coltelliere e tovaglie, che va apparecchiando per il soggiorno in campagna, sia un po’ eccessiva per le possibilità del suo padrone. “ Sì, è purtroppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura è di maggior impegno dell`altre. Lo veggo anch`io, che faccio più di quello che posso fare; ma lo fanno gli altri, e non voglio esser di meno.” Così risponde il giovane padrone e mentre lui si inguaia noi capiamo che la letteratura poteva darci gli anticorpi contro l’economia del debito… La frenesia dell’apparire non risparmiava nemmeno le vacanze nella Roma ottocentesca: “che bbafa d’inferno! che callaccia!” scriveva Belli del caldo torrido che spingeva una sora Irene alla villeggiatura a Frascati, certo “per li belli crimi imbarzimati”, ma soprattutto per palesare “che vvor dí dd’èsse siggnora”. Ma nemmeno avere un po’ di disponibilità economica salva del tutto dai casi strani della villeggiatura: dal Manuale di conversazione di Achille Campanile spunta la meschinella storia, La fuga, di una coppia agiata che dopo aver pagato il conto di un comodo soggiorno in pensione completa finisce per calarsi con le lenzuola annodate dalla propria camera d’albergo solo per evitare l’imbarazzo delle decine di mance da dispensare a maître, primo, secondo e terzo cameriere, lustrascarpe, corriere, portiere, scopatore, ascensore… La paura è tutta nel quanto dare e nel “quanto danno gli altri? Noi siamo dei signori e i camerieri lo capiscono ”.
Anche fuori dall’etichetta e nello spirito libertario che pervade le vacanze contemporanee le insidie non mancano: le Ferie d’agosto di Virzì sono un buon racconto cinematografico degli scontri di civiltà trasferiti dal condominio alle spiagge, vicende di gente costretta a divertirsi, ma che avrebbe altro per la testa, nel bel mezzo degli anni ’90;  i casi estremi di vacanza solipsistica e nichilista, con tanto di finale apocalittico, li descrive con un cinismo disperato Michel Houellebecq in Piattaforma: gli affari del turismo sessuale in Thailandia, la noia occidentale portata a spasso per il mondo, l’odio del terrorismo che del turista planetario fa il suo bersaglio.
Ma questi son tempi in cui in vacanza non si va, obietterà qualcuno, e la disavventura di Totò intristisce e non fa sorridere, le storie inventate cedono il passo ai fatti. E le cronache dicono che le ferie si accorciano, scompaiono, i viaggi  si riducono e sono iniquamente per pochi. La vacanza come dovere sociale sembra per un po’ accantonata, per fortuna: emerge un nuovo significato, la vacanza come diritto negato. Dire che in vacanza non si va non è più una cosa di cui vergognarsi, bensì una denuncia. Un po’ di tempo ci vorrà per giudicare questo nuovo fenomeno, sperando non dilaghi di pari passo con l’indigenza. Più concreto mi sembra in questo contesto separare l’irrinunciabile dal superfluo, o meglio dal nocivo, e pensare alle vacanze con semplicità.
Nocivo sarebbe abbandonarsi a una sorta di vacanza spazzatura, pochi giorni, sempre meno, utilizzati per accumulare attività di ogni genere: riducendosi i tempi di vacanza, ma non le smanie, c’è il rischio che l’horror vacui, il terrore del tempo vuoto, assalga e sopprima la vacanza. Il paradosso è già nell’etimologia comune: nel tempo caratterizzato dal vacare è proprio il vacuus che può atterrire. Ma il tempo pieno, anche lessicalmente, appartiene al lavoro, e comunque non ristora. I più saggi nel Medioevo lo sapevano bene quando condannavano l’usura: con il denaro non si compra il tempo, perché il tempo è un dono. Una buona vacanza non è solo questione di soldi.
Irrinunciabile è risentire nella vacanza la sensazione del tempo donato. Si tratta di un regalo da ricevere, quindi non dovrebbe costarci troppa fatica, eppure facciamo resistenza. La difficoltà è nel raggiungere due traguardi: risentire il tempo naturale, tutti i giorni nascosto dal tempo astratto di orologi meccanici, analogici e digitali, dalla clessidra in poi, come ha scritto Ernst Jünger nel Libro dell’orologio a polvere; oltre questo approccio naturalistico, antico e solare, il tempo andrebbe percepito come cristianamente donato, da Dio all’uomo, da uomo ad uomo. A noi stessi, alla famiglia, agli amici vecchi e nuovi. Il tempo diventa pienamente umano e personale, il dono della natura si arricchisce di una dedica sapiente. Troviamo questo senso del tempo vuoto e dispensato ad ognuno, non solo come intervallo al lavoro, ma anche come ristoro agli affanni di chi il lavoro non ce l’ha o di altro soffre. Per esser leggeri, direbbe ancora Totò: “c’è chi può e chi non può”, e noi modestamente possiamo.

Stefano Colucci

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