Una cosa è certa: il prossimo luglio il presidente americano Barack Obama sarà in Sardegna per partecipare al vertice del G8. Ciò che è ancora del tutto incerto, invece, è se, in occasione del suo arrivo in Italia, incontrerà il Pontefice. Nelle scorse settimane era stato il gesuita Thomas J. Reese all’interno di “In Mezz’ora” di Lucia Annunziata, a dire che i due - Obama e Benedetto XVI - si sarebbero incontrati presto. Ma il portavoce vaticano padre Federco Lombardi aveva subito smentito dicendo che ancora non c’era stato nessun contatto in merito. Anche perché, disse Lombardi, prima occorre che gli Stati Uniti trovino un sostituto a Mary Ann Glendon, la “bushiana” e “wojtyliana” ambasciatrice Usa presso la Santa Sede.
Facile a dirsi, difficile a realizzarsi. A oggi Barack Obama non è ancora riuscito nell’impresa. Ovvero non è riuscito a trovare un nome che sia di gradimento alla Santa Sede. Infatti, secondo la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche stipulata nel 1961, la decisione ultima spetta al Vaticano che, senza dare spiegazioni, può rigettare la proposta americana.
Quale l’impasse? Perché tanta difficoltà? Secondo le notizie che arrivano da Washington, la Casa Bianca ha fatto dei nomi, ha avanzato delle proposte, ma queste sono state tutte giudicate non all’altezza innanzitutto dai vescovi americani e, di riflesso, dal Vaticano. Dopo le critiche piovute sull’amministrazione Obama per le sue scelte in favore dell’aborto e dell’uso delle staminali embrionali, ecco l’impasse sull’ambasciatore. Il motivo è attinente alle tematiche cosiddette “eticamente sensibili”, in particolare alla posizione «pro choice» sull’aborto dei candidati. Tra questi ci sono Caroline Kennedy (figlia del presidente John) e Douglas Kmiec, cattolico del Partito democratico che ha lavorato per Obama e ha pubblicato un libro (Can a catholic support him?) nel quale spiega perché i cattolici avrebbero potuto sostenere Obama.
È da quando Obama è al potere che tra lui e i vescovi americani, prima ancora che tra il Vaticano e Obama, è in corso un braccio di ferro. Tutto è iniziato con la decisione di Washington di non limitare più i finanziamenti alle ricerche sulle cellule staminali embrionali, è proseguito con la decisione annunciata dal portavoce del dipartimento di Stato americano, Robert Wood, di voler sostenere ufficialmente una dichiarazione dell’Onu che chiede la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità, ed è terminato con la decisione di ripristinare i finanziamenti statali alle Organizzazioni non governative favorevoli all’aborto. E, come se non bastasse, ad acuire i rapporti, ci si è messo anche John Jenkins, il presidente della Notre Dame University di South Bend (Indiana), ovvero la più importante università cattolica statunitense. Questi ha pensato di invitare Obama per il “commencement speech” del prossimo 17 maggio. E la cosa, proprio per la posizione «pro choice» di Obama, non è piaciuta ai vescovi, ai docenti cattolici dello stesso ateneo e pure a oltre centomila cittadini che hanno firmato una petizione per chiedere a Jenkins di ritirare l’invito.
Con queste premesse, la scelta del sostituto di Mary Ann Glendon è davvero difficile per Obama. Qui, infatti, il presidente americano si gioca una grande fetta della propria credibilità nei confronti del cattolici statunitensi, dei vescovi e anche della Santa Sede. Certo, una soluzione che accontenti tutti è ardua a trovarsi. Non è facile trovare una persona che sappia fare da ponte tra le istanze dei cattolici americani, il Vaticano e la Casa Bianca. Non è facile perché un candidato dichiaratamente «pro choice» (come sono quelli di Obama), non può essere ritenuto degno dalla Santa Sede. Ma, nello stesso tempo, un candidato «pro life», tra i democrats, probabilmente non esiste. Il Vaticano si dovrebbe accontentare di un cattolico «pro choiche». Ma la cosa gli risulta impossibile. Oppure Obama dovrebbe accettare un nome di un cattolico «pro life»: ma, per lui, significherebbe pescare fuori dai democrats: un’impresa, insomma, proibitiva.
I vescovi americani capitanati dal presidente della conferenza episcopale, ovvero l’arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis Eugene George, non sembrano intenzionati a mediare. Da subito, nonostante qualche colloquio riservato avuto con Obama e il suo staff, la linea è stata quella della non negoziabilità su certe tematiche. Una non negoziabilità che pone, di fatto, Obama in grossa difficoltà: non sono parole che i vescovi vogliono ascoltare, quanto fatti. Ma, questi fatti, non collimano con le convinzioni dello stesso Obama. Esiste una soluzione? Difficile rispondere. Probabilmente quando il nome del sostituto della Glendon verrà comunicato, si capirà qualcosa di più: se a cedere sarà stato Obama oppure la conferenza episcopale americana e, dunque, il Vaticano. Paolo Rodari |