Dalle colonne del Foglio di domenica 2 novembre il teologo Vito Mancuso lancia un allarme: le radicali posizioni della Chiesa in difesa della vita sarebbero la conseguenza di una visione antropologica cattolica malata di biologismo. È personale convincimento di Mancuso che si stia verificando una “strana convergenza”, naturalmente inavvertita, tra neodarwinisti e gerarchie ecclesiastiche su un comune assunto: la vita umana coincide con la vita biologica.
Un argomento su tutti sostiene questa tesi: dal momento che la Chiesa ritiene intoccabile la vita in qualsiasi condizione e al di là delle deliberazioni dell’individuo sul proprio destino, la vita umana risulta valutata come puro bios, trascurando la sua natura spirituale a vantaggio della sua natura prettamente vegetativa. La Chiesa sacrificherebbe lo spirito, la più alta forma dell’esistenza umana, alle ragioni del corpo. Non diversamente dai darwinisti, che addirittura negano l’esistenza dello spirito, al punto da ricondurre tutti i fenomeni umani alle trasformazioni della materia viva.
Sul Corriere della Sera del 5 novembre il cardinale Martini, con delicatezza di toni e riflessioni meditate, sottolinea un problema affine a quello evidenziato da Mancuso, sostenendo che “... sarebbe errato il trarre tutte le conclusioni (etiche ndr) solo dal valore assoluto della vita fisica”.
Cosa accade? Dal corpo della Chiesa e da credenti arrivano allarmi importanti. La questione va considerata con attenzione, perché pone interrogativi centrali soprattutto intorno al tema dell`eutanasia. Un individuo in una condizione di malattia presumibilmente irreversibile ha il diritto di mettere fine alla propria esistenza? Per la Chiesa, se lo fa, sbaglia. Ma limitare questa libertà, in nome del valore assoluto della vita, non significa svilire il significato stesso della vita, togliere senso alla sua natura libera? La Chiesa risponde "no", anzi essa stessa si schiera contro la cosificazione della vita umana e invoca la libertà tra i valori essenziali del Cristianesimo e del rapporto dell’uomo con Dio.
Diventa così necessario argomentare perché la difesa della vita biologica alla fine dell`esistenza non dimostra necessariamente un riduzionismo antropologico cattolico. Non intendiamo ribadire i motivi del no all’eutanasia, ma spiegare perché questa posizione non significa svalutazione della natura spirituale dell’uomo. Proviamo a farlo con ragioni che possano essere comprese, se non condivise, da credenti e non credenti.
Ragioniamo sui casi più dolenti e controversi: un malato privo di autonomia motoria, artificialmente alimentato o ventilato, cosciente, che chiede la somministrazione di una sostanza letale o la sospensione delle cure vitali. Il malato è costretto a chiedere la collaborazione di un altro individuo, ed è questa la principale controversia della situazione, perché le libertà individuali, come sempre, si sovrappongono. La Chiesa sostiene che il desiderio di porre fine all`esistenza sia un esercizio della libertà, non assecondabile, però, perché non rivolto al bene. É un male non perché la vita fisica è sentita come la più compiuta forma dell`esistere, ma per almeno altre due ragioni: la vita biologica artificialmente sostenuta è sofferta, ma ancora permette l`esercizio delle facoltà della coscienza (e la coscienza, come per i sani, serve per entrare in relazione con gli altri, non per fungere da tribunale unico); la malattia di un individuo suscita in chi sta intorno l`impegno e la carità della cura, tra le massime espressioni dello spirito umano. Non per questo la malattia è augurabile, ma, se c`è, ha un suo senso.
Difendendo la vita biologica si mantiene attiva una relazione, quella tra malato e curante, in cui lo spirito ha modo di manifestarsi. Un rapporto quasi dialettico che non esclude il dramma, anzi lo incarna. La sofferenza del malato può trovare lenimento, ma è il cuore del curante che è chiamato ad una testimonianza radicale di amore, ad un superamento di sé. Se il nostro diritto dovesse sancire che la risoluzione del paziente di scegliere la morte diventa vincolante per il curante, costretto a procurargliela, risulterebbe troncato un dialogo che coinvolge senz`altro l`anima spirituale più di quella vegetativa, per usare, in modo descrittivo, definizioni condivise sia dal professor Mancuso sia dal cardinal Martini.
Si potrebbe obiettare che procurare la soddisfazione del malato, esercitando un “libero atto pietoso” per assecondarne il desiderio di morire è comunque manifestazione umanissima di spiriti che si incontrano: un po` quello che è accaduto tra Welby e il dottor Riccio. In tal caso per la Chiesa si tratta sicuramente di esercizio di libertà, coscienza viva, ma non rivolta al bene. Questo giudizio negativo non significa disconoscere il valore della libertà. Più grave sarebbe una legge che definisse tempi e modalità di esecuzione del desiderio di morte del sofferente. Così il malato muore, ma con lui svanisce anche il curante, che da spirito agente si riduce ad esecutore. Mi sembra che ci sia in gioco qualcosa di più prezioso della sola natura biologica della vita.
Anche nel caso di un malato assistito artificialmente, ma non cosciente, il discorso può essere riproposto. Chiedere che nessuna legge imponga come obbligatoria la sospensione delle cure in base alla sola volontà del paziente, precedentemente espressa o presunta, significa sì preservare un`esistenza biologica, la sua natura vegetativa e forse ancora minimamente sensitiva, ma significa soprattutto preservare il cuore degli uomini dalla disperazione e dall`indifferenza verso il malato. In questo caso la relazione spirituale resta attiva e feconda finché c`è un essere umano disposto ad offrire cura. Il malato svolge un ruolo sociale insostituibile, insopprimibile: ci ricorda la nostra fragile caducità e ci impone lo sforzo della cura, non solo medica. Ce lo ricordano le profonde pagine sulla sofferenza di Teilhard de Chardin, nel suo libro L`energia umana. La Chiesa, in questo caso, difende la vita biologica del malato per un valore riconsciuto come intrinseco, ma si premura soprattutto della salute spirituale del curante. Un buon curante non diventerà tiranno, la qualità del suo spirito è la prima assicurazione contro l’accanimento terapeutico.
Lo stesso professore Mancuso sostiene qualcosa del genere nei suoi testi sui bambini gravemente colpiti da quelle disabilità che impediscono lo sviluppo delle facoltà intellettuali e spirituali: alcuni bambini restano anime vegetative e sensitive che non accederanno mai alla luce della ragione e dello spirito. Sarebbero perciò privi di dignità? No, perché vivono attraverso le cure e l`amore di chi sta loro intorno, il loro accesso allo spirito si completa attraverso la fioritura spirituale di chi li ama. Sarà per qualcuno disturbante che la sofferenza di un uomo, attraverso la sua cura, edifichi lo spirito di un altro, ma in fondo è questo lo scandalo del Cristianesimo. La difesa della vita biologica prelude dunque ad altro, abbastanza, forse, per negare l’accusa di un`antropologia cattolica contagiata dal biologismo.
Stefano Colucci |